Incontri

- Cos’hai fatto Asdrubale? Chiese Cristina appena mi vide entrare a casa sua. – Niente è solo vino. E così rallegrai la serata a tutti con il racconto di quanto mi era accorso. Tralasciando il pugno. E c’era anche lei, la mia potenziale futura fidanzata. Che sembrava proprio nata per me. E c’era anche il fratello. Qualcosa di insopportabile, che per riflesso genetico faceva gradualmente perder punti agli occhi luminosi di Sofia. Lui parlava parlava ed io avrei voluto tirargli una testata sul naso a quel ragazzo viziato. Continuava a riempire le nostre orecchie delle cose che faceva grazie ai soldi dei suoi genitori. Banconote che continuavano ad uscire dalle tasche in un ripetersi perpetuo. L’università privata, il lavoro a Londra che non poteva andar meglio. Viaggi di nozze da single e donne come se piovessero. Il capitolo politico poi era da sangue al naso. Sofia invece era l’opposto, non ostentava la loro fortuna economica. Ma il fratello continuava a parlare e il punteggio si abbassava. Lei era incolpevole, ma dentro di me la sentivo sfumare. E poi era tutta una cosa combinata e al tavolo lo sapevano tutti. Gli stessi che si aspettavano da me una serata brillante. Come a pavoneggiarmi davanti a Sofia per conquistarla. Invece me ne rimasi tranquillo. Cercavo d’immaginarla già come mia fidanzata e sentivo che qualcosa mancava. Del resto ancora non la conoscevo. Ma faceva parte del mio voler correre più veloce del tempo. Elena purtroppo faceva ancora parte di me come l’ex fidanzato faceva parte di Sofia. Due nuovi single alle prese con i loro ricordi. Anche se la mia fase rewind durò poco lei capitò proprio lì dentro. La serata finì anonima come molte altre.
Foto - Nudo Sdraiato - 70x50 - Olio su carta - Elena Ferrari 2007
101? - Aggiunta 1
E come sei il fato ce l’avesse con me, apparve Elena. E per di più non sola, ma male accompagnata. Mi misi il miglior viso indifferente che avevo a portata di mano. - Ciao Asdrubale, che ci fai da queste parti? – Niente ti stavo seguendo. Il suo sorriso scomparve dalla sua faccia come se glielo avessero scippato. – Scherzavo, sono venuto a farmi rovesciare del vino addosso e a comprare una bottiglia. – E tu? Tu, come stai? – Io sto bene, sto andando a cena. – Vorrai dire state andando a cena? – Sì, lui è Pierfrancesco. Che bel barilotto, pensavo. – Ah, tu sei l’idiota allora. – Cosa? Disse lui facendo un passo in avanti. – No, dicevo “così tu sei il nuovo fidanzato di Elena”. Bene bene. Certo che hai una bella fortuna. – Beh sì. Elena lo guardò come a volerlo azzittire con lo sguardo. Voleva fosse solo uno spettatore muto. – Tutto quello che sa fare a letto gliel’ho insegnato io. Bella fortuna la tua, ti sei trovato la pappa pronta. Il sangue gli venne agli occhi. - Che cazzo vuoi dire? – Lascialo stare Pier! – No, no niente scusami. E’ un bel peccato che con quel fisico che ti ritrovi tu non possa sfruttare tanta grazia del cielo. –Asdru, smettila! Elena mi zittì con le parole e Pierfrancesco a modo suo. – Pieeer… Mi ritrovai per terra in compagnia del marciapiede. Un pugno di Pierfrancesco mi aveva genuflesso. Io intanto guardavo la mia bottiglia incolpevole. Lei era salva. Mentre io sentivo lo stomaco che chiedeva permesso alle tonsille. – Asdrubale sei il solito stronzo. Disse Elena, che se ne andò tirandosi dietro l’ominide. Insieme allo stomaco vomitai anche due parole. – Pier caro, se andate al ristorante qui dietro ordina una tagliata di manzo per lei. Prendeva sempre quella quando ci andavamo insieme. E sul finire della mia frase scomparvero dietro l’angolo. Che bella serata quella. Cosa sarebbe dovuto accadere ancora?
- Cos’hai fatto Asdrubale? Chiese Cristina appena mi vide entrare a casa sua. – Niente è solo vino. E così rallegrai la serata a tutti con il racconto di quanto mi era accorso. Tralasciando il pugno. E c’era anche lei, la mia potenziale futura fidanzata. Che sembrava proprio nata per me. E c’era anche il fratello. Qualcosa di insopportabile, che per riflesso genetico faceva gradualmente perder punti agli occhi luminosi di Sofia. Lui parlava parlava ed io avrei voluto tirargli una testata sul naso a quel ragazzo viziato. Continuava a riempire le nostre orecchie delle cose che faceva grazie ai soldi dei suoi genitori. Banconote che continuavano ad uscire dalle tasche in un ripetersi perpetuo. L’università privata, il lavoro a Londra che non poteva andar meglio. Viaggi di nozze da single e donne come se piovessero. Il capitolo politico poi era da sangue al naso. Sofia invece era l’opposto, non ostentava la loro fortuna economica. Ma il fratello continuava a parlare e il punteggio si abbassava. Lei era incolpevole, ma dentro di me la sentivo sfumare. E poi era tutta una cosa combinata e al tavolo lo sapevano tutti. Gli stessi che si aspettavano da me una serata brillante. Come a pavoneggiarmi davanti a Sofia per conquistarla. Invece me ne rimasi tranquillo. Cercavo d’immaginarla già come mia fidanzata e sentivo che qualcosa mancava. Del resto ancora non la conoscevo. Ma faceva parte del mio voler correre più veloce del tempo. Elena purtroppo faceva ancora parte di me come l’ex fidanzato faceva parte di Sofia. Due nuovi single alle prese con i loro ricordi. Anche se la mia fase rewind durò poco lei capitò proprio lì dentro. La serata finì anonima come molte altre.
91° - Tra l'ultima volta...
...che avevo visto Alessio e il suo pugno, in mezzo c’erano passate un paio di stagioni. Era stato per il suo compleanno, che tradizionalmente veniva festeggiato nella sua casa di campagna. La cornice perfetta per lasciarsi rapire dalla carne alla griglia e dai fumi del vino. Era l’anno del record, saremmo stati quaranta. La tavolata in giardino sembrava non aver fine, mentre un piccolo stereo portatile strideva la sua musica in un sottofondo che si perdeva intono a noi. Le nostre risate coprivano ogni altro rumore. L’estate intanto ci regalava uno degli ultimo colpi di coda. Mariarita era seduta di fronte a me e nessuno sapeva di noi. L’armonia del suo corpo mi regalava piacimento. Le rubavo i sorrisi, sottraendoli agli altri. I suoi occhi enormi mi attiravano a lei più di quanto riuscisse la gravità a tenermi incollato alla sedia. Però dovevo continuare a fare la mia commedia, perché, mentre i suoi occhi erano per me, i miei non potevano permettere di far trasparire l’interesse che avevo per lei. Normali amici, ecco cosa eravamo. Come tutti gli altri che vedevo vicino a noi. E mentre in cucina qualcuno attendeva che il caffè venisse su, sul tavolo venne giù un enorme sacchetto pieno d’acqua. Si dichiarava così aperta la guerra. Il solito tutto contro tutti. Era come aver scoperchiato un formicaio. Ora non era più un pranzo tra amici, ma il gavettone day. Tutti sapevano sarebbe finita così, ma nessuno sapeva quando sarebbe iniziata. La compagnia era divisa tra chi scappava e chi inseguiva. Era lecito utilizzare tutto quello che avrebbe potuto contenere acqua. Secchi, bottiglie, sacchetti, pentole e recipienti d’ogni tipo. Non passarono cinque minuti, perché tutti potessero sentire i propri vestiti aderire al proprio corpo. E nonostante nessuno avesse più un lembo di pelle asciutta, l’acqua continuava a piovere. Ma quello era solo il primo tempo. La degna conclusione sarebbe arrivata più tardi, quando tutti si fossero ripresentati con indosso il cambio d’ordinanza. Era un rituale rodato da anni. Ma lo stupore nel risentirsi bagnati come spugne, sorprendeva sempre un po’ tutti. Comunque in quel primo tempo, il mio sentirmi nipote del vento, mi portò alla giusta distanza dalla prima linea. Quella triste scenetta adolescenziale iniziava ad andarmi stretta. Avevo quasi trentenni e mi trovavo a giocare a gavettoni. Prima o poi avremmo pur smesso con quei giochetti che ci trascinavamo da dieci anni. Ma per ora era così. Con la partecipazione al pranzo “firmavi” il consenso a farti bagnare. Da lontano mi godevo la scena, con la coscienza che sarebbe arrivata la mia ora. Anzi, ripresentarmi asciutto avrebbe riacceso la battaglia. E in quel mio spirito di conservazione, girai per lo sconfinato giardino intono alla casa. Mi fermai solo quando sentii la voce di Mariarita che chiamava il mio nome da dietro una casetta di legno. Una di quelle casette che da bambino sognavo. Una bella casetta di legno tutta per me. Era il magazzino per gli attrezzi. – Asdru, vieni…
30° - Parcheggiai la macchina...
...alla milanese. Seconda fila, quattro frecce e via. Ero già in ritardo, e mi buttai dentro ad un' enoteca per comprare una bottiglia di vino da portare alla cena. E mentre passavo in rassegna con lo sguardo le varie bottiglie sullo scaffale, dietro di me, c’era una discussione in corso. – Questo vino è aceto, te lo ripeto. – Ed io le ripeto che non è come crede. Lo chieda a quei signori al tavolo, stanno bevendo quello che ho servito a lei e sono molto contenti.
– Ma quelli lì cosa vuoi che sappiano di vino, saranno tutti ubriachi.– Guardi, lo credo difficile, hanno iniziato a sorseggiarlo due minuti fa. - Ed io ti dico che questa cazzo di cosa che mi hai messo nel bicchiere, è aceto. Io me ne intendo, cosa credi. - Le sto solo dicendo che non può dire che è aceto, al limite mi può dire che non le piace. Intanto me lo paga, poi può dire tutto quello che vuole. Sono tre bicchieri e fanno quindici euro. – Cosa? Tu sei un truffatore, vendi questa robaccia e pretendi che qualcuno ti paghi per bere questa merda. - Guardi non le permetto di parlarmi così. Paghi quello che deve ed esca per cortesia. Il cliente iniziò ad alzare la voce, che iniziava a tremare più delle sue gambe. Nel frattempo io avevo scelto la mia bottiglia. – Io non ti pago niente. Sono cliente di questo postaccio da anni e quelli che gestivano questo posto prima di te, di vino se ne intendevano veramente. – Senta, il locale è pieno e non accetto critiche da lei. Paghi ed esca per cortesia. Io aspettavo immobile vicino alla cassa e vicino alla discussione, e mi resi conto che gli occhi e soprattutto le orecchie di tutto il locale erano concentrate su quello che stava succedendo ad un metro da me. – Facciamo così, lei non mi paga niente, ma se ne vada per cortesia, non ho più voglia di discutere. Il barcollante cliente con un gesto scoordinato, prese in mano due dei tre bicchieri, e nel cercare di svuotare il vino in faccia al gestore, se ne rovesciò uno sui piedi e l’altro non si sa per quali sconosciute forze fisiche, sui miei pantaloni beige. Che presero subito un bel colorito violaceo. Ora sembravano un paio di pantaloni della mimetica militare. Rimasi inebetito e incredulo. Il mio sguardo andò per cinque secondi fisso sui miei fantasiosi pantaloni, per altri cinque a fissare il vuoto, e per dieci a fissare la faccia dell’allegro cliente a cui sembravano aver tolto la percezione del mondo. Ci fissammo immobili, poi lui girò lo sguardo verso il barista, ed infine non sapendo cosa fare si diede alla fuga. Ed il mio sguardo fermo, a quel punto era per tutto il locale, che tra risate ed incredulità aumentava gradualmente il rumore di fondo, che fino a pochi secondi prima era nullo. Non ebbi la forza di dire niente, se non: - Quant’è per questa? – Guardi lasci perdere, glielo offro io e mi scusi. E senza aggiungere una parola tornai verso la mia macchina lampeggiante su tutti gli angoli. Tirai fuori dalla tasca dei fazzolettini, come a cercar di togliere senza riuscirci, anche una sola goccia di vino. Ed ora?! Ero già tardi, mi ero pure vestito bene perché mi dovevano presentare una ragazza, che a detta delle mie amiche sembrava nata per me, ed io ero fradicio di vino. Ma vaffanculo, ci vado così, cosa sarà mai, qualcuno almeno riderà. Mi ero giocato un paio di pantaloni per una bottiglia di vino. Ma mio padre avrebbe saputo far di meglio.



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