33° - Ma un pò di...
...considerazione me la doveva. Mentre le date andavano al loro posto, io cercavo di ricordare, cosa succedeva tra noi in quei giorni. Lei usciva a cena con lui, e io a cena con il mio caro amico Gianluca. E il giorno dopo, come se niente fosse, andiamo a teatro insieme. Le lettere, intanto, si susseguivano in un crescendo di fatti che mi perforarono quel poco di cuore che mi era rimasto. Era un puzzle. Ma non uno di quelli che raffigurano il Castello di Neuschwanstein o i soliti morbidi animaletti. Cose da carie ai denti. Pezzi di vita, anni, mesi, giorni, ore. Concatenati uno all’altro. Noi in un pomeriggio di fine luglio partimmo per la nostra vacanza insieme e lei la notte prima, si muoveva come sapeva far bene sopra di lui. Forse solo la fantasia di Edgard Allan, avrebbe saputo superare la bruttezza di quell’immagine. Cavoli, si erano conosciuti a fine giugno. E mi sentivo quasi fortunato. Lei non andò a letto con lui la prima sera, ma alla seconda opportunità non se lo fece scappare.
27.06…
Io mi chiamo PierFrancesco e sto per entrare nell’ultimo anno di giovinezza. Compio 29 anni tra tre giorni . Ultimo anno con il due davanti. Con tutto quello che ne deriva in termini di crisi, problemi, debiti e sintomi da senilità precoce…
03.07…
Sono con te, giorno e notte. In ogni momento della mia giornata, quando lavoro, quando scrivo, scrivo, quando provavi a scrivere, quando costruisco il mio futuro che voglio con te…
PierFrancesco
Non sapevo se continuare. Avrei voluto dare alle fiamme la stanza. Brutta stronza ma ti sembra il modo. Sarebbe bastato poco. Raccogliere tutte le sue cose sul letto, un po’ d’alcool e il gioco era fatto. E mentre i miei neuroni drogati si adoperavano a costruire nella mia mente quell’immagine di fiamme, sentii aprirsi la porta d’ingresso. Era Elena che tornava a casa. Del resto era quasi ora di cena e non me n’ero accorto. Feci appena in tempo a rimettere a posto le lettere e a nascondermi sotto il letto, quando Elena entrò in camera. Proprio come si fa nei film. Vedevo i suoi piedi da quella posizione così costretta, che si muovevano lungo la stanza, per appoggiare e sistemare le sue cose. Ma dopo due secondi, i piedi che vedevo erano quattro. Avrei voluto metter fuori la testa da lì sotto, ma dovevo stare fermo. In silenzio. Chissà cosa sarebbe potuto accadere. Li sentivo sussurrarsi edulcorismi di varia natura. E con il diabete ormai a livelli incontrollabili, continuavo a vedere i loro piedi. Ora, gli uni di fronte agli altri. Le loro voci vennero a mancare. Si sentivano nella stanza solo le loro bocche, che non potevano stare più vicine di cosi. Le vedevo alzare i talloni. E questo mi fece desistere, dal desiderio, di balzare fuori da lì all’improvviso. Stavo assistendo, anche se solo con il senso dell’udito, a ciò che avrei voluto evitare. Tre settimane. Solo tre settimane, prima. Noi due su quel letto. Ed ora sopra a quel letto c’era un altro, ed io non potevo che essere declassato. Il mio posto era lì, tra gli acari e la polvere e non tra le sue braccia e le sue lenzuola profumate. Il mio biglietto era scaduto “se vuole può viaggiare lì sotto” mi avrebbe detto il controllore. Grazie della gentilezza. Ma quando sei abituato alla prima classe, mal ti adatti al vagone merci.



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