Novembre 2006

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25° - Quando riaprì gli occhi...

di Silvio Lorenzi (10/11/2006 - 10:45)

...la prima cosa che gli venne alla vista furono sicuramente le pareti bianche della stanza in cui si trovava. Era disteso su di un letto dalle candide e rigide lenzuola. In quel momento sentì un forte odore a lui familiare. Forse ammoniaca, pensò. Questi piccoli e quasi insignificanti particolari gli fecero pensare ad un ospedale. Nella sua mente c’era il vuoto, non ricordava niente, solo delle vaghe percezioni dei sensi a cui legava degli elementi.
Con il braccio sinistro si scoprì la parte superiore del corpo, poi con un movimento repentino delle gambe si scoprì del tutto. Scese dal letto quasi a controllare se aveva qualche contusione, ma il suo fisico era in perfette condizioni di salute. Almeno così appariva ai suoi occhi.
Oltretutto la sua muscolatura era molto pronunciata, quasi fosse un atleta. Incominciava ad avere paura, ma senza rendersi conto di cosa. Non riusciva a capire. Le sue sensazioni erano solo vaghi elementi non ben determinati nella sua mente, come fosse nato da poche ore. Si sedette sul letto. Di fronte a lui, su di una parete, c’erano tre quadri appesi, che raffiguravano dei paesaggi. Erano dipinti commerciali, con colori privi di vibrazioni, stesi a larghe masse con grandi pennellate, che cercano di dare un “effetto pittorico” appariscente. Dipinti grossolani nella tecnica e stereotipati nell’immagine.
Si alzò dal letto, e rimase colpito da questa sua critica, fatta a degli oggetti che per lui potevano essere qualsiasi cosa, da qualcosa del tutto insignificante ad una cosa fondamentale.
L’abbassamento di pressione provocato dal fulmineo movimento, lo fece barcollare lievemente sulle gambe. Vide uno specchio, vicino ad una finestra chiusa, che non dava alcuna possibilità di dare un’ambientazione esterna, diversa da quella che finora rimaneva per lui una stanza d’ospedale.
Quel vecchio specchio, immobile, attaccato ad una delle quattro pareti bianche di quella stanza, dava un’immagine ondulata del suo viso. Rifletteva quel suo viso stanco, pallido e assonnato. Lui però sembrava non dar peso a questo. Forse non sentiva o non capiva la stanchezza che c’era in lui.
Lo specchio riproduceva l’immagine della lampadina accesa, posta al centro di quel ambiente. Si voltò e volse lo sguardo verso l’alto. Un cavo grigio scendeva perpendicolare al soffitto, andandosi a collegare e a sostenere a mezz’aria una parabola di metallo che conteneva nel suo interno la lampadina che con la sua luce rendeva visibile, anche se malamente, ogni cosa che fosse colpita dai suoi raggi. Distolse lo sguardo dalla parabola. Si girò e si avvicinò alla finestra, provando ripetutamente ad aprirla, anche se molto probabilmente era bloccata da qualcosa, presumibilmente dal di fuori.
Con il passar dei minuti sembrava capire alcune cose alla rinfusa, disordinate nella sua mente. Si sedette poi su di una sedia posta ai piedi del letto, a riflettere. Pensava a quello che a lui appariva più comune. Forse non più comune, ma solamente ciò che lui riusciva a distinguere perché associava involontariamente un nome. Quindi ogni oggetto ha una funzione, pensava. E ciò che non ne aveva era pura apparenza. In poco tempo riuscì a dare concretezza agli oggetti, assegnando loro dei nomi e delle funzioni. Straordinaria appariva la sua intelligenza. Trovava dei punti in comune con ciò che vagamente ogni tanto ricordava. Ricostruendo pian piano le sue originarie conoscenze.
La cosa che più lo attraeva all’interno di quella stanza, rimaneva senza dubbio la finestra. Sentiva qualcosa al di la di quella, qualcosa che gli avrebbe chiarito forse del tutto le sue idee, i suoi pensieri avvolti in una fitta nebbia. Spostò la sedia posta ai piedi del letto, la rivolse verso la finestra e rimase immobile, concentrato a fissare quell’apertura nel muro che gli avrebbe portato la vera luce, e reso tutto visibile ai suoi occhi e ancor più nella sua mente.
- Asdrubale che fai li seduto?! Cazzo stasera non ci sei proprio con la testa. Ti stavo aspettando giù. – Niente stavo rileggendo il racconto con cui… - Con cui? Niente lascia perdere. Un cazzata sulla conoscenza. Ma tu che ne sai!? – Beh Asdrubale, una laurea da qualche parte l’ho presa anch’io non credo di essere così mona*. – Caro il mio Carlo, le persone più ignoranti che io conosca sono tutte laureate. Fortunatamente non è il tuo caso. – Ah beh troppo buono. Da finiscila e vieni giù al bar che ti ho preparato qualcosa.


*Definizione veneta per persone non proprio brillanti e sveglie

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