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5° - Il mio lavoro...

di Silvio Lorenzi (13/10/2006 - 11:03)

...è scrivere storie per la radio. E il programma va abbastanza bene. O meglio, me lo faccio andar bene. Insisto a voler fare l’autore senza averne le capacità. Diciamo che di questo sono sicuro come sono sicuro del contrario e quindi vado avanti così. Mi sono inventato un programma, e non si sa per quale miracolo mi pagano pure. E poi scrivere di ciò che racconto io alla radio non richiede chissà quali sforzi. Non faccio altro che riportare pezzi di vite varie e condirle con qualche battuta qua e la. E il gioco come si dice è fatto.
Poi più che altro scrivevo per la radio perché faceva un pò artista dire: - si, faccio l’autore per una radio.
E tutti: - ah interessante, che bello. Non che ci voglia molto a sorprendere certa gente. Basta fare una cosa appena diversa rispetto alla massa e subito tutti si sorprendono. Si, forse ero un pò presuntuoso in questo. Mi piaceva distinguermi, ma non allontanarmi dalla massa, anche perché c’ero dentro in pieno. Si certo, non mi sparavo ore dentro al centro commerciale il sabato pomeriggio, non andavo mai in vacanza ad agosto, ma rimanevo a Milano con l’altra metà della massa che come me aveva fatto la stessa scelta. Alla fine mi sentivo diverso, ma non lo ero.
In qualche modo tendevo poi a omologarmi, anch’io. E in realtà il lavoro in radio non era poi la mia occupazione principale. Diciamo pure che lo facevo per un mero interesse economico. Quello che guadagnavo con il mio lavoro in banca non mi bastava mai e così ecco che arriva un secondo lavoro. Più che altro mi dava l’illusione di fare qualcosa che veramente mi piacesse. Anche perché, sinceramente, ogni mattina quando entravo in banca e mi sedevo al mio sportello, provavo come una sensazione di trovarmi in un non luogo o meglio non il mio. Ero li da anni non si sa per quale posizione degli astri. Non c'entravo veramente niente.
Quando era un ragazzino pensavo che le persone che lavoravano in banca avessero fatto che ne so, ragioneria o economia all’università o qualcosa che avesse attinenza con il fare due conti e qualcosa in più. Invece non era così o almeno non era il mio caso.
Durante il periodo universitario tra gli alti e bassi del mio rendimento mia madre mi spingeva sempre a cercarmi un lavoro. A lei non interessava che io finissi l’università. O meglio pensava che l’avrei potuta finire lavorando. E comunque l’idea di avere quattro soldi miei in tasca non mi dispiaceva. E così salta fuori un concorso. Di quelle cose tipo trecento persone per due posti in una banca tedesca, e tra quelle due salta fuori il mio nome. Metà di me voleva vincerlo e l’altra ne sarebbe rimasta volentieri fuori. E in questo dualismo arrivo terzo. Ma poi uno dei primi due lascia il colpo per un altro lavoro. E con un umiliante ripescaggio vengo assunto. Un pò come quelle cose che succedono solo nel calcio. Mi sentivo come il Treviso. Volevo andare in serie A ma non faceva per me e allora in qualche modo faccio decidere agli altri. O meglio al destino. A cui credevo solo quando mi serviva una spiegazione ai fatti negativi della mia vita.
-"Doveva andare così, era proprio destino". O più che altro era una speranza. Perchè credevo, che ciò che il destino ti toglie il destino ti restituisce. Magari con gli interessi.

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