96° - I nostri occhi...
...erano tutti per lui mentre le nostre orecchie cercavano di fuggire da lì. Dopo un paio di minuti Alberto era ancora intento a cercare la bottiglia. – Guarda, è lì in alto a sinistra. – Ah, sì sì. Grazie. Grazie dottore. Mi ero guadagnato l’appellativo di dottore, solo perché mi aveva sentito scrivere con la mia Royal. Versò una quantità di whisky quasi fosse birra. – Basta, basta. – Oh, scusi. – Va bene così. – Volete il ghiaccio? – No, lisci sono perfetti. Lui mi guardò e fece la faccia contenta di chi aveva soddisfatto il cliente e aveva fatto bene il suo lavoro. – Certo che ti dovranno pubblicare il libro solo per essere riuscito a scriverlo in questa sorta di albergo fuori dal tempo. – Speriamo. Ogni scusa è buona, se serve a giustificare una pubblicazione. Antonio non c’era. Ma si sarebbe palesato poco prima di mezzanotte per finire una delle bottiglie già aperte. – E la Contessa che fine ha fatto? – Boh, sarà andata a dormire. Mio padre mi si avvicinò. – Certo che qui sembrano fare le selezioni al contrario. – In che senso? – Come in che senso? Guarda che gente. E’ difficile trovare un posto così. In questo devo dire che hai del merito. Se ci fosse stata una classificazione degli alberghi al contrario, avrebbe preso meno due stelle. – Allora hai deciso, parti? – Dopo aver visto Renato all’opera ne sono sempre più convinto. E poi domani ho lezione. – Che pazienza. – E sì, ci vuol pazienza. No, volevo dire… che pazienza i tuoi studenti. – Mi devono sopportare ancora per poco. – Una volta che sarai in pensione anche i muri si ricorderanno di te. Buttò giù un buon sorso di whisky che lo sentì rigargli la gola. – Sai che soddisfazione dopo decenni di insegnamento. – Beh, io che dovrei dire? – Per te parleranno i tuoi libri. In fondo si scrive anche per quello, per lasciare un segno. O sbaglio? Buttai gli occhi nel bicchiere e ne trangugiai un sorso. – Sì, forse hai ragione. Prima però bisogna scriverlo un libro, che dici? – Tu l’hai fatto, vedrai che qualcuno ti darà retta. Tieni duro. Ora è meglio se vado. Questo bevilo tu, che ti fa bene. Ti purifica dai pensieri negativi. - Se aspetti qualche minuto arriva anche Carlo, così te lo presento. – E chi è? – E’ il figlio del proprietario, mi è stato molto amico. – Ah perchè sto posto c’ha pure un proprietario…? Non prendertela, ma devo proprio andare, ci sarà un’altra occasione. – Sì ma io tra qualche giorno me ne torno a Milano. – Va beh, vorrà dire che quando ti pubblicheranno il libro verremo a festeggiare qui con quel Carlo. E poi pretendo Renato. Uscimmo da lì e lo accompagnai alla macchina. Il saluto si risolse in un vigoroso abbraccio. Lo guardavo allontanarsi mentre la solitudine sembrava ricoprirmi nuovamente come un lenzuolo. Erano passati pochi secondi e mio padre già mi mancava. Ancora pochi giorni e lo avrei ritrovato a Milano. I passi intanto mi avvicinavano al mio whisky, mentre la musica di Renato mi veniva incontro. Mi sedetti di fronte al bancone, guardando i quattro tedeschi buttar giù litri di birra. Trangugiai l’ultimo sorso, e dietro le ultime gocce di whisky, apparve Carlo.
95° - Mio padre un? le...
...sopraciglia come se non avesse capito. – Dici che non si droga più? – Ma va, scherzavo papà. – Beh, per un periodo l’ho pensato. Credevo che solo della droga lo potesse assopire in quel modo. – Sì, ora non esagerare. Intanto la strada correva sotto ai nostri piedi, come se fossero le cose a venirci incontro e non viceversa. E percorrendo questo tapis roulant immaginario arrivammo al mio amato albergo. – Che fai papà entri a bere qualcosa? – No, mi sa che ti lascio e torno a Milano. – Sicuro, non è che vuoi fermarti qui a dormire? – Dove, in questo posto? – Che fai offendi? –Beh, non è che sia proprio il massimo. Dai sii onesto, lo sai anche tu. – Guarda che lo sottovaluti. Le cose vanno giudicate solo dopo averle guardate bene due volte. Tu cogli solo la superficie. – Non è che ci sia poi molto sotto allo strato di polvere che ricopre ogni angolo di questo posto. – Fa parte del bello. – Mi hai quasi convinto, torno a Milano. – Dai, bicchiere della staffa, pago io. – Cavoli, non è che stai facendo i soldi qui e non mi dici niente? – Magari. Alla sera come barista c’era Alberto. Era un tipo alto che a vederlo faceva tenerezza. Aveva un’età che andata tranquillamente dai trenta ai cinquanta. Da anni faceva il turno serale: iniziava alle cinque del pomeriggio e finiva quando il bar era vuoto. Il suo fisico, magro oltre misura, non gli permetteva di riempire i suoi abiti neri. I pantaloni sembravano contenere due stecchini. Calzini bianchi in vista e mocassini sempre più consumati. Cercava di essere in ordine, ma le sue cravatte sottili non ne volevano sapere di rimanere dritte. E nonostante facesse quel lavoro da anni, il suo essere impacciato nel fare qualsiasi cosa lo dipingeva come un apprendista alla prima esperienza. Mio padre si convinse a rimanere per qualche minuto, mentre il suo sguardo era rapito dalla visione di quel fumetto che era Alberto. – Buonasera dottor Barca, vuole… beve qualcosa? – Ciao Alberto, mi fai due Macallan lisci? – Ti va bene papà? – Si perfetto, è quel che ci vuole. – Whisky quindi. Due? – Sì grazie. Alberto cercava con lo sguardo la bottiglia mentre risuonava la musica di Renato. Al bar dell’hotel non c’era molta gente, ma l’appuntamento con la musica dal vivo era fisso. Domenica sera dalle 21.00 piano bar con la musica di Renato. Questo diceva il cartello scritto a mano che ricordava il programma della settimana. – Certo che anche tu, come cavolo hai fatto a trovare sto posto? – L’ho cercato con dovizia papà. – Complimenti. Le canzoni di Renato erano i classici della musica anni sessanta/settanta. Passi per quelle italiane, ma quelle straniere facevano ridere giusto per risparmiare le lacrime. La musica poteva sembrare quella, ma le parole erano per la maggior parte inventate. Quasi fosse una lingua tutta sua. Il Renatese.



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