93° - Nal mio letto intanto...
...Alice non sapeva più dove nascondersi. – Che vergogna As. – Dai non preoccuparti. – Sì, e ora come esco da casa tua? Chissà tua nonna cosa dice. Ma niente, si è scusata. E poi con quel poco che ci vede, non avrà visto molto. Diedi un giro di chiave alla porta mi tolsi i pantaloni e mi allungai a letto con Alice ancora nuda. Era bollente. Pareva scottarsi a toccarla. – Allora, dove eravamo rimasti? – No As, no mi va più. – Come non ti va più? – No, vado a casa. Nel tempo che io ci misi a rimettermi le mutande le era già vestita. Mi diede un bacio, recuperò le sue cose e uscii dalla mia stanza. – Ciao As. Mia nonna intanto rimaneva in cucina a ripassare nella sua mente l’immagine di quella ragazza che si dimenava sopra al nipote. – Buonasera signorina. Disse mia nonna vedendola uscire. E la porta si chiuse. Con Mariarita invece nessuno fece irruzione a sorpresa e tutto si consumò come se nessuno ci potesse disturbare. Mettemmo fine alla nostra passione in pochi minuti e ritornammo in giardino come se nulla fosse successo. Pronti a continuare il gioco di tutti. Ci ripresentammo agli altri arrivando da due direzioni opposte. Il caldo mascherava il nostro rossore. – Ma com’è che voi siete ancora asciutti? E senza che nessuno interpretasse nel modo giusto la nostra assenza, ci ritrovammo fradici. Lei alzando la testa per buttare indietro i capelli bagnati mi guardò e mi sorrise con il viso gocciolante d’acqua. I miei pantaloni zuppi mi restituivano una parziale immobilità. – Pensavi di rimanere asciutto? Disse Alessio. Sorrisi con dieci chili d’acqua addosso. – Non sono poi così ottimista. Una doccia fredda mi sembrava un giusto prezzo per i minuti passati nel magazzino degli attrezzi con Mariarita. Mancava solo l’amore e tutto sarebbe stato perfetto. E quella secchiata fredda mi riportò alla realtà. Perché dopo poche ore dall’ultimo scroscio d’acqua, sarei partito per Bologna. Il primo appuntamento con Paola, mi attendeva lì con lei. La gente se ne andò via con il sole che vedevo sparire dietro l’orizzonte. – Ciao Asdru, grazie di essere venuto, mi ha fatto tanto piacere rivederti. – Figurati Alessio, piuttosto ancora auguri. Festa stupenda come al solito. – Fatti sentire più spesso. – Volentieri. Non fui di parola. In fondo mi sentivo un po’ in colpa per fatto perché mi portavo a letto la sorella. E lui non aspettò me e dopo mesi si fece sentire a modo suo. Mariarita, nei mesi in cui ero sparito con Paola, non mangiava più, studiava male e continuava a piangere. E nel momento in cui la solitudine la stava divorando da dentro raccontò tutto al fratello che, incredulo, rimase imbambolato ad ascoltarla. E lui da buon amico qual era non trovò altra soluzione che aspettarmi fuori dalla banca. Del resto in fondo mi andò bene, io avrei saputo far di peggio.
89° - Quel pugno mi lasciò...
...inginocchiato a terra. Sentivo il sangue uscire dal naso come da un rubinetto aperto. Alzai lo sguardo e portai la mano al viso, che prese subito a colorirsi di un rosso intenso che mai avevo visto su di me. Alessio rimaneva in piedi, guardandomi dall’alto in basso, con il pugno ancora chiuso e vibrante al suo fianco. – Questo è per mia sorella, brutta testa di cazzo!!! Il sangue ora lo sentivo anche in bocca. Sputai a terra le parole che non riuscii a dire. E, senza rendermene conto, un secondo pugno mi lasciò a pancia all’aria. Alessio avvicinò il suo viso al mio come a voler verificare che non fossi morto. E urlò delle parole che sentii rimbombare nella mia testa come in chiesa. – Sei una testa di cazzo Asdrubale. Vaffanculo!!! Mi diede un piccolo colpetto con il piede e si allontanò, lasciandomi enfio e parallelo al marciapiede. Non mi stupii più di tanto. Anzi, pensavo che quei due pugni sarebbero arrivati molto prima. Cercai di rimettermi in piedi mentre Milano sembrava un enorme Tagadà. Mi poggiai al vetro della banca cercando di mantenere una posizione degna dell’abito che portavo. Qualcuno, con un po’ di ritardo si avvicinò. – Come sta giovanotto, tutto bene? – Ssi ggrazie. Il sangue in bocca mi faceva mangiare le consonanti come fossero caramelle. – Possiamo fare qualcosa? – Nno non ppreoccupatevi è ttutto a pposto. Alessio era un boxer mancato. Un diretto e un montante mi lasciarono ko alla prima ripresa. Il dolore si fece sentire solo dopo che il mio viso iniziò a cambiare forma. – Le conviene andare al bar a farsi dare un po’ di ghiaccio. – Grazie grazie non preoccupatevi, sto bene, sto bene grazie. Avrei voluto un letto su cui lasciarmi morire. Quei due pugni mi facevano l’effetto di tre pastiglie di Nembutal. Quello era proprio il mio giorno. Raggiunsi la mia macchina e decisi di chiamare Gianluca che non ci mise molto ad arrivare. Aveva lasciato quello che stava facendo per correre da me. – Cazzo Asdru, che hai fatto? – Niente, ho fermato due pugni che passavano di qua. – Questo lo so e lo vedo. Non credi sia il caso di andare all’ospedale? – Ma va, per due pugnetti. E poi stiamo parlando di Alessio e non di Holifiel. – Lo dicevo io, che quello è una testa di minchia! – Ma no, non dire così. – Ti pare che ti debba conciare così perché ogni tanto ti scopavi la sorella. Saranno pure cazzi suoi, è abbastanza grande per gestirsele da sole ste cazzate. – Lasciamo perdere, andiamo da Pistone, ho bisogno di bere. – Sarà meglio, così ci metti un po’ di ghiaccio li sopra. Sembra che ti abbiano appiccicato un limone in faccia. Preferivo Pistone a quattro ore di fila al pronto soccorso per poi sentirmi dire che non era niente. Il ghiaccio andava benissimo. E poi avevo voglia di sentirmi così. Dolorante, più di quanto già non lo fossi. Lasciai la macchina dove l’avevo parcheggiata la mattina e salii con Gianluca. La città mi passava intorno, dilatata come vista attraverso una palla di vetro. Avevo sporcato il mio vestito preferito con la parte di me che non avevo saputo contenere, mentre con lo stesso sangue continuavo a riempire fazzoletti di carta.
54° - Un pugno in faccia...
...ecco ciò che meritavo. Un pugno, senza rosa, per coronare quella giornata. Un pugno reale, non metaforico. Uno di quelli che lasciano un segno tangibile. Ne avevo presi tanti, ma mai reali. Mai di quelli che ti lasciano in ginocchio e con il viso verdastro. Di lividi era pieno il mio corpo. Ma non segni visibili. Solo dolore che tenevo dentro di me. Come quel fegato, che a più riprese mi ero mangiato. E in quegli infiniti spazi, in una Milano ormai bevuta, la mano di Alessio incontrò la mia faccia. Una faccia da sberle, non da pugni. Ma andava bene così. Era un segno. Un ultimo avviso. Scappa ancora Asdrubale. Era la campanella dell’ultimo giro. Una campanella di inizio lezione, non da fine. Il la, in una sinfonia tutta da suonare. Dove io ero il maestro d’orchestra. Ed ero io che dovevo decidere se quello che veniva sarebbe stato un adagio o un allegro.



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