Marzo 2007

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Perdita d'identit? 3-4

di Silvio Lorenzi (29/03/2007 - 11:25)

Le mie pulsazioni cardiache a quel punto toccarono sicuramente le oltre centosessanta al minuto, ed incominciai contemporaneamente a sudare freddo. Il mio respiro divenne affannoso alla vista di quella mia gamba destra che non andava a terminare con il piede, ma bensì con una grosso fasciatura di color bianco, giusto a metà coscia. Non riuscivo più a pensare a niente, solo strane percezioni ancor più agghiacciante quella mia situazione. Ero adiratissimo, ed in quel momento avrei voluto ammazzare uno di quei bastardi incamiciati. Frettolosamente, guardai tutto intorno a me, quasi a cercare qualche oggetto dove poter scaricare quella mia incontrastabile ira. Cercai di alzare il mio corpo con l’unica gamba a mia disposizione. Mi sovvennero alla mente alcuni ricordi di bambino, quando saltando su di una sola gamba si facevano dei giochi. Ma in quel momento non c’era nulla di simpatico nella mia tragicità. In quegli attimi ogni minimo movimento amplificava nella mia mente l’idea che mi sarei portato dietro per il resto della mia vita quello che si sarebbe poi dimostrato un grossissimo problema. Con l’aiuto delle braccia che per fortuna avevo ancora, mi misi in equilibrio sulla mia unica gamba diventata per questo ancora più preziosa. Quando riuscii a mettermi in posizione eretta, l’insolita mancanza di peso comportava nel mio corpo un precario assetto. Nel muovermi per la stanza a piccoli balzi, vedevo quel mio pezzo di gamba fasciato, che ad ogni salto roteava come fosse una risposta emblematica al mio cagionevole equilibrio. Mi avvicinai a fatica alla finestra, cercando poi di alzare le tapparelle che erano come bloccate dall’esterno. Mi sforzai molto nonostante il dolore che sentivo alla gamba, e quando il mio viso era ormai paonazzo per la fatica, la tapparella si aprì. Allo stesso tempo caddi a terra andando a sbattere con la testa sul bordo del letto in cui stavo prima di alzarmi.

Dopo un tempo indefinito, vista la mia impossibilità di determinare lo scorrere inesorabile dei minuti, ed ancor più di quelle terrificanti ore, mi ritrovai disteso nuovamente su quel letto. Mi girai a guardare verso la finestra e mi accorsi che la stessa era ancora una volta chiusa. Mi ricordai a quel punto dell’ultima immagine arrivata al mio cervello, che ancora sembrava funzionare, al contrario della mia gamba martoriata. Oltre a quella tapparella che chiudeva lo sguardo verso l’esterno, vidi delle sbarre, attraverso le quali vidi delle case in lontananza, giù da quella che sembrava una collinetta, in cui alla sommità stava l’edificio in cui mi trovavo, sicuramente per uno sbaglio. Vidi certamente altri particolari, ma che in quel momento non riuscii a sintetizzare nella mia mente anche perché era stato troppo breve l’attimo che mi aveva permesso di vedere oltre la finestra. Ancora una volta, mi sentivo strano, intontito. Rimasi fermo a letto a pensare, ponderando il fatto che mi sarei abituato all’idea di dover continuare la mia ancor lunga vita con una sola gamba. Forse il mio animo sempre positivo mi avrebbe risollevato dal quel duro e inaspettato colpo. In fondo, pensai, dentro di me sarei rimasto sempre io. Diverso si ma solo fisicamente. Avrei potuto cambiare il modo di pensare nella situazione in cui mi trovavo, ma la mia anima, il mio interiore ne sarebbe uscito invariato. Quasi scherzavo dentro di me all’idea che in quelle condizioni non avrei più dovuto svegliarmi all’alba ogni mattina o quasi, per fare i miei soliti chilometri a piedi. Mi sarei potuto riscattare di tutte quelle ore di sonno “perse” in quegli anni di costante allenamento. Per la mia passione per il correre.

Mi scoprii dalle coperte, cercando d’alzarmi da quello squallido letto come a voler iniziare sin da quel momento la mia riabilitazione psico-motoria. Mi piegai in avanti per cercare di scoprirmi. Ma quando vidi i miei arti inferiori la mia respirazione divenne affannosa ed attacchi di tachicardia mi provocarono uno stato d’ansietà. Mi avevano amputato anche l’altra gamba, quella sinistra. Le mie due gambe o ciò che ne rimaneva, per lo meno, a quel punto erano tornate alla stessa lunghezza, ma con almeno sessanta centimetri che venivano a mancare per ciascun arto inferiore. Urlai, piangendo allo stesso tempo. Stranamente, al contrario di ciò che pensavo, nessuna persona giunse da me. Rimasi immobile, anche perché ero impossibilitato a fare il contrario in quelle condizioni. Senza più poter neppure sfogare la mia rabbia, che sembrava non aver fine, in un crescendo esponenziale. Mi facevo impressione solo a guardarmi, ed avevo come la sensazione che ormai il mio corpo non potesse più contenermi, in quella sua forma ridotta. Pensavo di impazzire e continuavo a torturarmi nel pensare una qualsiasi scusa plausibile, sul perché mai nessuna persona si era fatta vedere da me mentre ero cosciente. Nessuno che mi desse una minima spiegazione. Non poteva essere vero, doveva senz’altro essere uno di quegli stupidi incubi, che facevo in quegli ultimi mesi. Cercai di muovermi e mi girai nel letto. Il mio corpo scivolò fuori dalle coperte dal lato destro e caddi a terra rovinosamente su quel poco di gambe che mi era rimasto. Emisi un lungo e assordante urlo di dolore, come se mi avessero amputato le gambe di netto in quel momento. Dopo un lasso di tempo che non so quantificare, mi ritrovai nuovamente su di quel letto che tanto odiavo. La stanza a quel punto era illuminata da una fantastica luce naturale che entrava dalla finestra aperta, e con lei un’appena percettibile brezza primaverile mi accarezzava il viso. Oltre a notare quei piccoli ma significativi particolari, sorrisi, mi resi conto che la stanza era diversa, perché rallegrata dai suoi colori. Sulla mia destra sopra al comodino notai anche un bellissimo vaso che conteneva dei fantastici fiori. Pensai allora, a com’era strana la fantasia, che soprattutto nel sonno fa vivere situazioni incontrollate e paradossali.

A quel punto, cercai di scoprirmi da quel meraviglioso piumone, che avvolgeva il mio corpo e solo in quel momento mi accorsi che ero definitivamente immobilizzato. Non avevo più nemmeno le due braccia ero una sorta di uomo incompleto, monco. Di me era rimasto solo la testa e il corpo a cui rimanevano  unite due gambe che finivano a metà coscia e due braccia a metà omero. Non sapevo più a cosa pensare, in quel momento uno stato confusionale per me sarebbe apparso come una condizione di pura quiete psicologica. Non avevo nemmeno più la possibilità di togliermi la vita, e capii che evidentemente era quello che volevano le persone che si divertivano a giocare con il mio corpo. Ma chi si aspettava una cosa così da me? E come avrei fatto in quelle drammatiche condizioni ad uccidermi? E perché nessuno entrava mai da quella maledetta porta che vedevo alla mia sinistra? Ormai rassegnato alla pazzia, con mio grossissimo stupore da quella porta entrò la ragazza dai dolci lineamenti. Non seppi che dire. Lei si sedette alla mia sinistra, ed io cercai di chiederle ciò che aspettavo di dire da ore, giorni o mesi. Mi sforzai, e mentre la mia bocca si articolava in vari movimenti, io non riuscii ad emettere nessun tipo di suono. Ero anche muto.

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Perdita d'identit? 1-4

di Silvio Lorenzi (27/03/2007 - 12:03)

Come risvegliato da un lungo sonno, mi ritrovai in una stanza che non riconoscevo certo come la mia camera da letto. Ero disteso su di un lettino, simile o forse identico a quelli utilizzati da medici di famiglia. Negli ambulatori medici, però, il più delle volte si trovavano a lato, vicino al muro. Nel mio caso invece, quel rigido lettino, era posto al centro della stanza, almeno questo, era quello che pareva a me. Oltre i miei piedi vedevo una grande finestra, ma la luce del sole era assente (in quei momenti). L’ambiente in cui mi trovavo, era illuminato da una serie di lampade vicine una all’altra, poste a circa un metro e mezzo sopra di me. Ed un forte fascio luminoso irradiava interamente il mio corpo, vestito dei soli boxer e di una maglietta bianca. Alcune persone in fondo alla mia destra, mi davano le spalle, e uno vicino all’altro trafficavano con qualcosa che non riuscivo a scorgere. Poteva sembrare una sala operatoria (ma il tutto intorno era troppo tecnologico). Parea piuttosto fosse una sala d’assemblaggio di qualcosa di futuristico. Quelle persone che vedevo di spalle, erano vestite di un camice bianco. In quel momento, pensai che non ero mai stato sottoposto ad un intervento chirurgico, ma avevo potuto assisterne qualcuno in televisione. I miei supposti medici, però, non indossavano la solita divisa verdolina da sala operatoria, dove il sangue perde il suo colore in un grigiolino più o meno intenso a secondo della veemenza del plasma. Mi sentivo stranito, debole, come immobile su quel lettino. Evidentemente una qualche anestesia o sedativo mi dava quella sensazione. Cercavo di volgere parola a quelle persone, di cui non conoscevo l’identità, ma sebbene cercassi di formulare una qualsiasi frase o pronunciare una sillaba la mia bocca non sembrava emettere nessun tipo di suono. Non udii niente, così come mi accorsi di non sentire alcun rumore all’interno di quella sempre più strana stanza. Ad un tratto, ad una delle persone in fondo alla mia destra cadde a terra qualcosa (di metallico), che cercai di guardare sporgendomi leggermente dal lettino. Nuovamente non sentii niente e riconobbi che l’oggetto era metallico dal luccichio che emanava. All’improvviso, inaspettatamente, quasi richiamato dal mio sforzo vano di emettere una qualche vocale, uno degli incamiciati si volto verso di me. Era una donna. Potei constatare la cosa dai dolci lineamenti del viso, che spiccavano ancor più sotto i corti capelli neri. Si avvicinò e si mise al mio fianco come a volermi rassicurare. Portò le sue braccia poco sopra la mia testa, continuando a guardarmi in sorridendo, quasi a voler rallegrare il mio animo incerto. Prese in mano la maschera d’ossigeno che, si usa per l’etere etilico, e me la portò al viso. La vedevo giusto in mezzo agli occhi, e quella ragazza ci teneva una mano sopra, per contrastare un mio possibile rifiuto a respirare quella cosa. Cercai di portare le mani a quel affare mentre trattenevo il respiro, fino a che non riuscii a tener più il fiato dentro me in quello sforzo così innaturale. Scoppiai in una grossa boccata di etere che sentii riempire i miei polmoni e subito fare l’effetto dovuto. Con gli occhi ancora aperti, ma a fatica, riuscivo a vedere ancora il viso di quella ragazza che mi fissava, aspettando che l’effetto dell’anestetico mi facesse chiudere chissà per quanto tempo gli occhi, che rimanevano sin a quel momento l’unico dei cinque sensi che cercava di darmi anche un approssimativa spiegazione di ciò che stava, ed ancor più che mi stava accadendo. Il metabolismo di secondo in secondo rallentava sempre più velocemente ed ormai le mie palpebre pesavano troppo perché io potessi resistere a tenerle aperte. Prima però che le mie palpebre mi occultassero chissà per quanto tempo la vista, il senso del vedere mi fece percepire il viso degli altri incamiciati che si voltarono verso la mia persona ridacchiando tra loro. Avevano un viso strano e sembravano matti, più che chirurghi.

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