32° - Giravo per casa sua...
...per sentirmi ancora parte di lei. Ho aperto il frigo e la dispensa, per vedere cosa mangiava, e c’erano ancora cose che avevamo comprato insieme. Pensare, che in quella casa per poco non ci andavo ad abitare. Del resto era quasi una cosa automatica. Ognuno abitava da solo per conto proprio. Entrambi quasi trentenni, all’apparenza uno innamorato dell’altra e praticamente già conviventi un po’ a casa mia e un po’ a casa sua. Non ne avevamo parlato mai in modo ufficiale. Ma quando lei un sera a cena, mi ventilò la possibilità di fare questo passo, io quella notte feci fatica a dormire. Lo ritenevo un passo importante. Non era il matrimonio, ma il rapporto si sarebbe in qualche modo concretizzato in un forte fattore comune. Il vivere insieme. E condividere tutto. Ma non era quella la casa che volevo per noi. Non la sentivo nostra. E poi perché non da me, visto che vivevo da solo in quella casa così grande e così vuota.
C’erano ancora i piatti da lavare nel lavandino e lì per lì glieli avrei anche puliti, se non ci fossero stati due bicchieri, due piatti, due tazzine. Tutto doppio, nonostante io non fossi rimasto a pranzo lì con lei quel giorno. E’ incredibile come a volte l’essere umano riesca a cambiare e sostituire le cose. Un giorno ci sei tu, il giorno seguente un altro. E come cambiare auto. Decidi. Predi e vai dal concessionario. Gli lasci lì la tua povera auto, con cui hai girato l’Europa e appena ti consegnano quella nuova, non pensi più ai viaggi che hai fatto con la precedente, ma solo a quelli che farai con il nuovo acquisto. Io l’ultima volta che ho cambiato auto, al concessionario ho lasciato una parte di me, ma non per la cifra spesa, ma per tutto l’affetto che lasciavo per quella macchina, che il suo tempo l’aveva fatto. Con me.
All’apparenza sembrava tutto uguale, in quella casa, se non fosse per il fatto che le altre volte non mi sentivo un ladro li dentro. Guardavo tutto con quello sguardo nostalgico, di ogni momento passato insieme a lei, tra quelle quattro mura. Il tavolo, dove abbiamo consumato le nostre colazioni, le nostre chiacchere, i nostri pranzi, le nostre risate, le nostre cene e le nostre discussioni. I nostri sguardi. Il bagno e quella vasca dove più volte c’eravamo distesi insieme, a parlare nudi di noi e delle nostre passioni. E quel letto, che in quel momento aveva due cuscini, mi faceva uscire pazzo. Avrei voluto stringere a me, uno di quei due cuscini, per assaporare il profumo di lei, che benissimo conoscevo. Ma non avrei voluto sbagliare. Mi sedetti di lato, sul quel letto, e ordinai sul lenzuolo per data, le lettere di lui, e iniziai a leggere. E più leggevo, e più mi accorgevo di non avere capito niente del loro rapporto e che tutto quello che lei mia aveva detto, era falso. Beh, in realtà mi aveva detto ben poco. Mi aveva lasciato e basta. Non ne aveva mai voluto discutere. Mai. Era finito e basta. Cosa c’era da dire in fondo. Ma compresi solo dopo, che la persona che ritenevo molto matura, matura poi non lo era cosi tanto. A trent’anni bisogna saper accettare le azioni e le conseguenze, accettandone anche gli oneri. Ma lei aveva scelto la strada più breve e meno impegnativa. La bugia e la fuga. Forse è anche facile per me giudicare con questo bicchiere di Maccalan in mano, e non è certo il primo.



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