002 - Rimasi al bar...
di Silvio Lorenzi (20/11/2007 - 11:54)

...con Antonio. Un habitué del bar dell’hotel. Avrà avuto cinquantacinque anni. Ed era ubriaco al giusto livello. Lo ascoltavo narrare le sue storie mentre il barista non vedeva l’ora di chiudere e andare a letto. Lui quelle storie le sapeva a memoria, ma io no. E così restai ad ascoltarlo mentre i dittonghi diventavano semplici vocali. Non se rendeva conto, ma continuava piacevolmente a mangiarsi le parole. Narrava di storie avute in gioventù con le tedesche che in quel posto ci andavano in vacanza. Ne veniva fuori un profilo da latin lover. Ma la faccia non le rendeva credibili. Era un tipo non molto alto e cercava di nascondere la pancia dietro ad una polo larga, di marca, scolorita. Stava per andare a dormire, ma gli offrii il bicchiere della staffa. Avevo voglia di sentire le sue storie. E così bevemmo un Caol Ila in compagnia. Mi ricordava molto un amico di infanzia. Un certo Silvano. Un tipo dinoccolato, come viene definito dagli scrittori. Un tipo alto, ma con un andatura particolare. Silvano aveva tre o quattro anni più di me e dei miei amici che passavamo le sere ad ascoltarlo. Eravamo sul finire degli anni Ottanta e lui era un po’ lo sfigato del gruppo. Ma con una fantasia da far invidia. Raccontava delle palle mai sentite. E nonostante le sue parole fossero finte, mentre parlava, intorno a lui c’era il silenzio. Il silenzio di chi è incuriosito. Era una scrittore mancato e non lo sapeva. Me le ricordo bene quelle sere al parco sotto casa. Lui in piedi e noi stretti e seduti su una panchina. Era il momento “clou” della serata. Noi non avevamo molto da raccontare, ma lui ogni sera era il leader carismatico. Aveva una grande capacità di concentrare l’attenzione su se stesso. Non importava cosa raccontasse. Se fossero bugie o verità. L’importante per lui era essere il protagonista. Deriso, ma protagonista. Una volta la sorella, una ragazza carina della nostra età, che diventava brutta solo per essere la sorella di Silvano, sembra abbia prodotto in casa una quantità di panna montata vicina al quintale. E quando il giorno dopo ci presentammo a casa sua per godere di tanta bontà, la panna purtroppo era finita. A detta di Silvano mangiata tutta dal fratello maggiore Emilio, non altrettanto bravo a raccontare palle. Il padre poi, meccanico che a fatica con il suo lavoro riusciva a far vivere la famiglia al di sopra della soglia di povertà, si era comprato una Ferrari Testarossa nuova fiammante. Consegnatali a casa direttamente da Maranello. Ma che sostituì quando si accorse che il posacenere era troppo piccolo e non faceva per lui. Quindi decise di cambiar macchina e di prendere una fantastica Ritmo 60 gialla ed usata, molto più confortevole e congeniale all’utilizzo che ne voleva fare. Mentre Antonio con le sue palle non puntava a cose materiali tipo macchine, moto o qualcosa di simile. Lui no, parlava solo di tedesche, che a turno non lo lasciavano dormire. I soldi invece, li aveva finiti già da un po’ ma non ci dava peso. Le sue storie ne compensavano la mancanza. I tedeschi lì, arrivavano con i pullman. Migliaia di persone che ogni anno cambiavano. Ma che si riversavano sempre lì, al lago. Al lago dove c’era Antonio ad aspettare la nuova ondata. Ogni anno aggiungeva dei segni dietro al letto come fanno i carcerati per contare i giorni. Ma lui non contava i giorni. Alle volte sembra abbia messo anche quattro segni in un giorno. C’era una che ogni anno andava in vacanza lì per lui. Per le sue prestazioni fenomenali. E si faceva pagare. Una sorta di gigolo. Anche se, io fossi una donna, non andrei a letto con lui neanche se fosse lui il cliente. Una volta addirittura disse di essersi portato a letto una tedesca di Friburgo di diciassette anni, ma che, siccome la madre non la lasciava mai libera, era stato costretto a far sesso con entrambe nello stesso letto e nello stesso momento e quella, a detta sua, valeva quattro tacche. Più bevevo e più le luci si spegnevano e più le sue palle aumentavano. Una volta dovette fare una cosa a tre con marito e moglie. Le tedesche, diceva Antonio, vengono in vacanza in Italia solo per farsi scopare. Era un gigolo, ma solo e ubriaco in quel hotel che io avevo scelto come casa per quei due mesi, per sentirmi un po’ scrittore. Di Antonio lì ne passavano alcuni. Ognuno con una sua storia da raccontare. Ognuno con una storia che sbucava all’improvviso da un bicchiere di grappa, di vodka e di whisky. A parte la solitudine che alcune volte sentivo forte in me, il resto era oro colato per il mio scrivere. E poi in fondo si stava bene. Temperatura giusta e gente di ogni tipo e provenienza. Niente a che vedere con quella mia casa ormai orfana di me a Milano. E poi nulla poteva ripagare quella sensazione di essere uno scrittore di inizio Novecento. Io e un albergo sfigato. La mia scelta fu accurata, al contrario. Mentre prima cercavo il meglio che potessi permettermi, lì ho cercato la situazione opposta. Quello era ciò che cercavo. Un minuscola stanza in un albergo anonimo. Un letto, un bagno e una piccola scrivania dove passare le mie giornate. E niente computer. Faceva troppo nuovo millennio. E cosi mi portai la mia piccola Royal, pochi vestiti e quattro soldi che mi dovevano bastare per un periodo più lungo possibile. Avrei voluto mangiare arance come Arturo Bandini, ma non era stagione. E poi non ne sarei stato capace. Il whisky, sì quello non mancava mai nella mia stanza. Ad un certo punto mi resi conto che senza whisky non riuscivo a scrivere e così passavo delle giornate intere ubriaco in camera a scrivere quando riuscivo a star seduto. Una volta non uscii per una settimana. O meglio andavo solo al supermercato a rifornirmi del necessario. Avevo quasi smesso di mangiare, ma di bere no. L’alcol mi faceva perdere la percezione del mondo e delle necessità primarie. Non avevo bisogno d’altro. Solo whisky e libri che alla fine non riuscivo più a leggere. Non credevo fosse così facile dipendere da quella bottiglia. Ma non riuscivo a farne a meno. Mi svegliavo di notte, con la sete che mi rigava la gola e per farla passare bevevo a canna dalla bottiglia che tenevo sul comodino. Poi, più passava il tempo, più la qualità di ciò che bevevo andava scemando. Trenta euro per una bottiglia, venti, dieci, cinque, tre e mezzo. Mi fermai lì. Ma solo perché non riuscivo a trovare bottiglie ad un prezzo più basso. La bottiglia era banale, ma l’etichetta voleva sembrare altisonante. Selection Scotch Whisky 8 years. Ma dove? Come poteva costare così poco un whisky invecchiato otto anni? Ma andava bene, ormai al sapore non facevo più caso.
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