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Dicembre 2006

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43° - Dopo aver dormito...

di Silvio Lorenzi (06/12/2006 - 11:21)

...un minuto in più del minimo consentito, me ne andai in banca. Il lunedì era un giorno da abolire sul calendario. Soprattutto dopo essere stato a cena con Paola. E Milano era come un grosso motore diesel che lentamente si scaldava e andava su di giri. Io, dalla mia scrivania, davo un piccolo contributo nel far ripartire quella macchina produttiva. Un prodotto da fare e consumare nel più breve tempo possibile. Li a dar retta a delle persone che si ostinavano ad indebitarsi, loro malgrado, per pagare altri debiti. E più loro diventavano in qualche modo poveri, più io mi arricchivo. Anche se dalla ricchezza ero ben lontano. Era quello il mio posto. Una bella scrivania nell’ufficio mutui, prestiti e leasing. Quasi invidiato dai colleghi e quasi odiato dalla direttrice. La dottoressa Papadia. Così convinta e presuntuosa, neanche fosse vicina alla scoperta della penicillina. Quel lavoro non era il mio, ma io ero lì. E sembrava quasi dovessi ringraziare per tanta fortuna di quei tempi. Un bel contratto da bancario e un tempo indeterminato sognato con l’acquolina in bocca da chi era schiacciato dalla precarietà. O, detta in modo più nobile da qualcuno, flessibilità. Il paese era pronto. E le università continuavano a sfornare soggetti flessibili. Dottori in fibra di carbonio. Pronti a tutto. Ad essere piegati e ripiegati, per poi tornare al punto di partenza. Uomini e donne flessibili in un paese e in un sistema di cemento armato. A me quel tempo indeterminato però, sembrava una gabbia. Avrei voluto essere flessibile e non una gelatina informe. Per poter mollare tutto, senza dover pensar troppo a cosa si lascia. Fare ogni tanto un bel salto nel vuoto. E invece, eccomi lì a camminare sul filo, ma con una bella rete morbida sotto i piedi.

 

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