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101? - Aggiunta 1

di Silvio Lorenzi (02/04/2007 - 19:05)

E come sei il fato ce l’avesse con me, apparve Elena. E per di più non sola, ma male accompagnata. Mi misi il miglior viso indifferente che avevo a portata di mano. - Ciao Asdrubale, che ci fai da queste parti? – Niente ti stavo seguendo. Il suo sorriso scomparve dalla sua faccia come se glielo avessero scippato. – Scherzavo, sono venuto a farmi rovesciare del vino addosso e a comprare una bottiglia. – E tu? Tu, come stai? – Io sto bene, sto andando a cena. – Vorrai dire state andando a cena? – Sì, lui è Pierfrancesco. Che bel barilotto, pensavo. – Ah, tu sei l’idiota allora. – Cosa? Disse lui facendo un passo in avanti. – No, dicevo “così tu sei il nuovo fidanzato di Elena”.  Bene bene. Certo che hai una bella fortuna. – Beh sì. Elena lo guardò come a volerlo azzittire con lo sguardo. Voleva fosse solo uno spettatore muto. – Tutto quello che sa fare a letto gliel’ho insegnato io. Bella fortuna la tua, ti sei trovato la pappa pronta. Il sangue gli venne agli occhi. - Che cazzo vuoi dire? – Lascialo stare Pier! – No, no niente scusami. E’ un bel peccato che con quel fisico che ti ritrovi tu non possa sfruttare tanta grazia del cielo. –Asdru, smettila! Elena mi zittì con le parole e Pierfrancesco a modo suo. – Pieeer…  Mi ritrovai per terra in compagnia del marciapiede. Un pugno di Pierfrancesco mi aveva genuflesso. Io intanto guardavo la mia bottiglia incolpevole. Lei era salva. Mentre io sentivo lo stomaco che chiedeva permesso alle tonsille. – Asdrubale sei il solito stronzo. Disse Elena, che se ne andò tirandosi dietro l’ominide. Insieme allo stomaco vomitai anche due parole. – Pier caro, se andate al ristorante qui dietro ordina una tagliata di manzo per lei. Prendeva sempre quella quando ci andavamo insieme. E sul finire della mia frase scomparvero dietro l’angolo. Che bella serata quella. Cosa sarebbe dovuto accadere ancora?

- Cos’hai fatto Asdrubale? Chiese Cristina appena mi vide entrare a casa sua. – Niente è solo vino. E così rallegrai la serata a tutti con il racconto di quanto mi era accorso. Tralasciando il pugno. E c’era anche lei, la mia potenziale futura fidanzata. Che sembrava proprio nata per me. E c’era anche il fratello. Qualcosa di insopportabile, che per riflesso genetico faceva gradualmente perder punti agli occhi luminosi di Sofia. Lui parlava parlava ed io avrei voluto tirargli una testata sul naso a quel ragazzo viziato. Continuava a riempire le nostre orecchie delle cose che faceva grazie ai soldi dei suoi genitori. Banconote che continuavano ad uscire dalle tasche in un ripetersi perpetuo. L’università privata, il lavoro a Londra che non poteva andar meglio. Viaggi di nozze da single e donne come se piovessero. Il capitolo politico poi era da sangue al naso. Sofia invece era l’opposto, non ostentava la loro fortuna economica. Ma il fratello continuava a parlare e il punteggio si abbassava. Lei era incolpevole, ma dentro di me la sentivo sfumare. E poi era tutta una cosa combinata e al tavolo lo sapevano tutti. Gli stessi che si aspettavano da me una serata brillante. Come a pavoneggiarmi davanti a Sofia per conquistarla. Invece me ne rimasi tranquillo. Cercavo d’immaginarla già come mia fidanzata e sentivo che qualcosa mancava. Del resto ancora non la conoscevo. Ma faceva parte del mio voler correre più veloce del tempo. Elena purtroppo faceva ancora parte di me come l’ex fidanzato faceva parte di Sofia. Due nuovi single alle prese con i loro ricordi. Anche se la mia fase rewind durò poco lei capitò proprio lì dentro. La serata finì anonima come molte altre.

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94° - La cena con...

di Silvio Lorenzi (09/03/2007 - 11:58)

...mio padre scivolò via veloce. E i nostri discorsi ci accompagnarono fuori dal ristorante. Mi concesse l’onore di offrirgli la cena. La prima della mia vita. Non ci avevo mai pensato. Ma il fatto che fosse sempre lui a pagare, era quasi un automatismo. L’atto mi fece sentire uomo. Del resto ancora pochi giorni e sarei entrato negli enta. Era anche ora che mi svegliassi. Lui per me, uomo lo era sempre stato. Lo ricordavo da sempre così. E se non avessi guardato qualche foto ogni tanto, non gli avrei visto neanche le rughe. Mentre io ai suoi occhi ero stato anche bambino, adolescente, ragazzo. Credo che il mio gesto in qualche modo l’abbia emozionato. Era avaro di sentimentalismi, ma li lasciava trasparire a modo suo. Come quella volta che alla fine della cerimonia per il giuramento al militare mi guardò dentro la mia divisa perfettamente stirata. Mi diede una pacca sulla spalla dicendomi – E’ incredibile, sembra ieri che mio padre era qui al mio posto ed ora tu sei me e io sono lui. I suoi occhi non mi regalarono lacrime, ma ne era pieno il suo cuore. Rimasi attonito e non riuscii a buttar fuori una sola parola. Il massimo fu un sorriso. Ma c’eravamo capiti benissimo. Il lungo lago intanto faceva da sfondo per il ritorno verso l’albergo. Non c’era più molta gente e le coppiette erano andate a limonare altrove. Ora c’erano solo persone solitarie con il proprio cane. – Sai, alla fine non è male questo lago. Potrei comprarmi una casa, prendermi una barchetta e trasferirmi qui una volta in pensione. – Ma se hai sempre odiato il lago. Dicevi che ti sembrava un posto triste. – Beh uno può sempre cambiare idea. Ci si abitua a qualsiasi cosa. – Se lo dici per parlare va bene, ma tanto lo sappiamo entrambi che la tua  Milano non la lascerai mai. E poi qui tutto solo, che palle. – Senti chi parla, l’uomo della folla. Gli diedi un colpetto con la mano sulla spalla. – Che c’è, ti sei offeso? – No, è che mi viene da ridere. Io qui ci sono venuto per un tempo e un obiettivo definiti. Più o meno. Tu qui dopo un mese scappi. – Non pensare di essere molto diverso da tuo padre. E poi potresti sempre venire a trovarmi. Magari con la tua fidanzata. – Dai, non farmi ridere. – Ma sì… - Con quale? Vedi qualche donna di fianco a me? – Ci sarà, non preoccuparti. Il problema era che in quel momento non riuscivo ad immaginarla. Non sapevo neanche se sarebbe stata bionda o mora, figuriamoci il resto. – Beh, ci porti tuo fratello, così magari si schioda da Londra. O tua sorella, almeno ogni tanto vede suo padre. – Con lei sì che ti divertiresti, ti porta l’uomo poltrona e sei a posto. Atteggiò le sue labbra al sorriso. – Compro una bella televisione così lui è sistemato. Ma dove l’ha trovato quello lì? – Credo ci fossero i saldi. – Però è una bravo ragazzo. – Beh, ci mancherebbe non fa niente. Lavora e dorme. Almeno si drogasse ogni tanto.

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69° - Mi abbracciai nel mio...

di Silvio Lorenzi (23/01/2007 - 11:37)

...accappatoio, come avrei voluto fare con le donna che amavo. Anche se non sapevo ancora chi fosse. Uscii dal bagno, camminando come in un percorso di guerra e lasciai che il letto riprendesse possesso di me. Rimasi lì, fermo, guardando il soffitto bianco come i miei pensieri. Bussarono alla porta. – Asrubale ci sei? Asdru sono papà! Rivolsi lo sguardo alla porta come a volerci guardare attraverso. Papà? Che cazzo ci faceva qui? – Arrivo. Aprii la porta e lui era lì, dentro ad uno dei suoi abiti – Che fai non mi saluti? – Ciao papà, ma che ci fai qui? – Come che ci faccio qui? Sono venuto da mio figlio. Avrò pur il diritto di star un po’ con te. I suoi occhi intanto correvano sopra la mia spalla scorgendo lo spettacolo penoso della mia stanza. Ma non disse niente. – Dai vestititi che usciamo a mangiare qualcosa. – Ma io… - Non dirmi che hai un impegno. Passerai le tue serate in questo albergo. – Dai arrivo, aspettami al bar. Beviti qualcosa e fallo mettere sul mio conto. – Va bene, sbrigati. Con gli occhi bucati dall’alcol e dalla giornata passata a dormire, mi vestii velocemente. Questa volta con qualcosa di pulito.
Lo ritrovai al bar, messo all’angolo dalla Contessa. – Sa, lei ha un figlio d’oro. E’ proprio un bravo ragazzo, così tranquillo. Passa le giornate a scrivere. Per me diventerà qualcuno quello lì. Disse indicando me, mentre gli andavo incontro. Ecco quella era un’altra delle cose che non sopportavo, essere definito bravo ragazzo. Bravo rispetto a cosa? Non facevo niente, come potevo essere cattivo. E tranquillo poi? Cosa voleva dire, che ero un mezzo rincoglionito? – Buonasera Contessa. – Buonasera Asdru, è proprio un bell’uomo suo padre. E poi è un professore. Gli misi una mano sotto al braccio e lo portai fuori di lì. Mio padre ebbe solo il tempo di ricambiare la cortesia con un saluto. – Simpatica quella signora. E’ una Contessa? – Ma quale Contessa, dice lei di esserlo, ma in realtà è una prostituta in pensione. – Prostituta? – Sì, una puttana, che non ce la fa più. – Ma perché devi sempre reagire così? – Dai Papà dimmi perché sei venuto qui? – Per vedere come stavi, non ti sei più fatto sentire, sei sparito. Meno male che Gianluca mi ha detto dove trovarti. – Cos’è, adesso all’improvviso vi preoccupate tutti per me? – Dai non fare il pirla. Lo sai che non è vero. – Scusami papà è che stare qui mi ha rintronato. Sono due mesi che non sento e non vedo più nessuno. Ho deciso di staccare e l’ho fatto. Mi è servito per pensare. – A cosa? Alla mia vita al mio libro. – Ah, a proposito, come sta andando? Accennai un sorriso. – Bene Papà, l’ho finito. Non disse una parola. Si fermò e mi abbracciò come solo un padre sa fare. E nella mia testa suonò il concerto per piano numero uno di Tchaikovsky. Solo allora mi resi conto di quanto mi fosse mancato. L’unico che avesse mai creduto in quel che facevo. E finalmente il suo abbraccio era per me. Non so se l’invidia che provavo per gli altri quando li vedevo abbracciare il proprio padre potesse essere un peccato capitale. Era l’unico sentimento d’invidia che provavo. Solo quello.


FOTO - Cielo Infuocato - Tecnica mista e olio su cartone - 44 x 36 - Elena Ferrari 2004

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