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Repetita Iuvant - 8

di Silvio Lorenzi (17/05/2007 - 15:36)


Scelse accuratamente il giorno per dirmi che non mi amava più. O meglio che amava ancora Pier Francesco. A Pasqua. E invece di farmi risorgere, mi mise in croce. Una stilettata sul costato, una bella corona di spine ed ero pronto. Era l’ennesimo castello di sabbia che veniva cancellato dalla marea. Preferivo di gran lunga i castelli in aria a quelli di sabbia. Ma pertinacemente continuavo a bagnare secchi di rena. E il mare riportava tutto in pari. Ricostituiva il vuoto che ero riuscito a riempire. Oltre il livello massimo. E probabilmente, era troppo. Troppa felicità tutta insieme. Tutta concentrata in poco tempo. Un felicità che normalmente veniva distribuita in un lustro, io l’avevo vissuta in pochi mesi. E ora c’era una bella tassa sul lusso. Il lusso della felicità. Una cartella esattoriale tutta per me. Avrei voluto fare l’evasore totale, ma la finanza era già a casa mia, per i suoi controlli. – Lei ha un bell’arretrato di felicità da pagare, caro il mio Barca. E così mi sequestrarono il bene. Paola. Senza neppure avere il diritto ad un ricorso. A un riconteggio. Niente. Solo felicità sottratta. C’è sempre qualcosa di sbagliato nella perfezione. Quell’amore era perfettibile. Ma in cosa, non lo sapevo. Me lo disse con la stessa naturalezza con cui avrebbe chiesto una caramella. Così, all’improvviso. Come una foratura. Come fosse una necessità da espletare nel più breve tempo possibile. La Milano-Bologna che ci aveva unito ci divise, quasi ci fosse un bivio all’altezza di Parma. Io di qua e lei di là. E nemmeno un cartello che anticipasse cosa mi aspettava. Nulla. Avevamo passato una bellissima Pasqua insieme ai suoi genitori nella campagna bolognese. E niente mi faceva pensare ad un epilogo così mesto, così inatteso. Semmai il contrario. – Asdrubale quando ci sposiamo? Ti amo. Invece si aprì il vuoto intorno a me. – Asdrubale, ho capito che amo ancora Pierfrancesco e lui ama me. Perché, io non ti amo? Pensavo. Tutti i miei pensieri sono per te. Quella frase mi tolse la forza di formulare una qualsiasi risposta sensata. Una riflessione degna dell’amore che sentivo per lei. E mentre guidavo provavo quell’inconscia voglia di sterzare all’improvviso, per vedere l’effetto che faceva. Per finire tutto lì. Ma avrei dovuto sterzare qualche secondo prima, per bloccare tutto nell’amore. Ma ormai era tardi, lei aveva detto ciò che doveva dire e io non avevo la capacità di riportare indietro il tempo di dieci secondi. O anche solo di cinque. Fermare tutto ad Asdrubale ho capito che… Che ti amo, amore mio. Che voglio passare la mia vita al tuo fianco. Continuavo a tenere gli occhi sulla strada come se non avessi sentito nulla di ciò che aveva voluto dirmi. – Asdrubale, hai capito? – Io con te ho passato i mesi più belli della mia vita, ma non posso mentire al mio cuore. In fondo quasi la capivo. Comprendevo il suo disagio. Volevo solo ciò che era meglio per lei. O forse ero illuso che una volta arrivati a casa tornasse sui suoi passi. Che tutto ripartisse da dove era rimasto. Passai la notte con una Paola diversa da quella che aveva dormito con me la notte prima. É incredibile come un giorno solo possa cambiare il corso della vita. Intanto la partita con Elena finì in parità, ma Pierfrancesco vinse due a zero. Aveva avuto quella rara abilità di portarmi via le due donne che più avevo amato. 

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42° - La Bologna-Milano era mia.

di Silvio Lorenzi (05/12/2006 - 11:22)

Una felicità galoppante occupava le tre corsie. E il traffico dei miei pensieri mi accompagnava verso casa. Paola, inconsciamente, con la sua attitudine sartoriale, stava ricucendo lo strappo aperto da Elena nel tessuto ormai logoro del mio cuore. Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Milano. Mi sentivo il capitano Kirk. Chiamai il teletrasporto ed eccomi lì, sotto casa. Come se il viaggio fosse durato solo attimi. Un viaggio di due ore durato due minuti. Era come se non fosse rimasto niente nella mia mente di quello spostamento. Il pensiero di lei aveva cancellato tutte le altre percezioni del mondo. La Bologna-Milano era Paola. Modena erano io suoi capelli, Reggio la sua pelle, Parma i suoi occhi, Piacenza le sue mani e Milano la sua bocca. L’autostrada di notte ha sempre avuto le sembianze di una bella donna.
Qualche cosa che va assaporata fino in fondo. In tutte le sue curve, nelle sue luci, nelle accelerazioni, nelle frenate e nel sentirla tua per una notte. Tanto gli altri intorno a me non la percepiscono e quindi è soltanto mia. Mia come avrei voluto sentire Paola. Quella sera. Ma mia nel più lontano dei concetti di possesso fine a se stesso. Un possesso relativo. Relativo al desiderio di sentire lo stesso moto dell’animo che in lei aspira a me. E poi la notte. La notte che ti illude di donarti un pezzo più ampio di mondo di quanto non faccia il giorno. Di notte la città era mia e di pochi altri. Avrei dovuto pagare più tasse di quanto già non facessi. Non possedevo solo casa mia, ma anche tutto lo spazio intono ad essa. Uno spazio non quantificabile e per questo esentasse. Uno spazio a mio usufrutto. Che nel momento in cui gli altri ci rinunciavano per dare ragione al sonno, diventava mio. Da dividere tra me e il pensiero di lei. Lei che, a duecento chilometri da Milano, probabilmente a quello spazio in più ci aveva già rinunciato da un centinaio di minuti. I miei pensieri erano per lei, mentre i suoi probabilmente si perdevano già in quella parte di vita inconscia. Quel terzo di vita solitaria. In quella vita sottratta dal sonno. In quel terzo di vita parallelo agli altri due. Si stava instaurando in me l’illusione del nuovo amore. Ma preferivo non pensare all’illusione di una notte. E infatti rimasi, per quanto potevo, lontano dal letto. Da quella macchina infernale cancella illusioni. Creatrice di sogni e di incubi. Come un gatto delle nevi fa con le piste. Riporta tutto a zero. Al punto di partenza. L’intera giornata viene cancellata con il calar del sole. E così quella bufera di sensazioni le scrissi su di un foglio. Il sonno non avrebbe potuto cancellare qualcosa di tangibile. Le parole rimangono, mentre i pensieri alle volte svaniscono. Paola ora era lì. Paola era un foglio pieno di parole. Non era più solo un’idea. Era una cosa.

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