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66° - Asdrubale Barca come Ettore Schmitz.

di Silvio Lorenzi (18/01/2007 - 01:23)

Non avevo James Joyce come amico, ma Gianluca non era poi male. E la banca e il pallino per lo scrivere in qualche modo ci accomunava. Certo, quel lago non era Trieste, ma valeva quanto una città di confine.
Probabilmente il sonno e tutti quei libri stavano facendo pappetta del mio cervello. E la presunzione, per ciò che avevo saputo mettere su quei trecento fogli, aumentava con il passare dei minuti. Rimanevo pur sempre un disoccupato e non uno scrittore. Quanto avrei dovuto aspettare per avere una risposta? Per vedere cambiare qualcosa? Per poter dire "vivo di ciò che scrivo". Era comunque tempo di far festa con me stesso per l’obiettivo in parte raggiunto. Avevo finito il libro. Entrai in un enoteca e ne uscii con in mano una bottiglia di Ardbeg Uigeadail
. Finalmente qualcosa di decente da bere, dopo settimane di alcolici anonimi. Tornai nuovamente in albergo. Non era ancora metà mattina ed Antonio era già al bancone del bar. – Ciao scrittore, come andiamo? – Bene Antonio. Tra un po’ me ne vado da questo posto. – E dove te ne vai? – Me ne torno nella mia Milano. Era quasi irriconoscibile di mattina. Forse perché l’alcol non aveva raggiunto il livello a lui raccomandato. – Torno a casa. – E il libro? – L’ho finito, finalmente. – Ah, e così ci lasci. Hai finito il tuo lavoro e ci molli qui. Te l’ho mai detto che anch’io una volta ho scritto un libro? – Sì Antonio, almeno dieci volte. Diceva d’aver scritto un libro quando era ragazzo. Di aver guadagnato un bel po’ di soldi, cosa improbabile, di esserseli mangiati tutti con una ventenne di Monaco, che gli aveva fatto perdere la testa. – Certo che a te le donne ti hanno proprio rovinato. – Puoi dirlo forte ragazzo. Ma mi sto rifacendo. Diceva così, ma l’unica donna che vedeva era sua madre. Con cui viveva. Forse però non era l’unica. C’era anche la Contessa Cortesi Luigia. Giravano delle voci in albergo. Antonio e la Contessa ogni tanto finivano a letto insieme. Una volta  presero una camera per una notte. Ma il divertimento durò poco. Il padre di Carlo fu svegliato dalle urla della Contessa che trovò nuda a letto, con sopra Antonio, svenuto per il troppo alcol ingerito, che la bloccava. Prima di abbandonarsi all’incoscienza però, Antonio aveva avuto l’accortezza di vomitare il contenuto del suo stomaco addosso alla Contessa. Il troppo movimento gli aveva modificato la chimica interna. Il padre di Carlo spinse di lato il corpo di Antonio e la Contessa scappò tutta nuda e flaccida in bagno. Il povero Antonio fu lasciato a letto privo di coscienza, con la bocca aperta, il vomito a lato e una bella erezione in corso. Da quel giorno, fu per tutti Antonio tre gambe, per le sue doti fisiche. E lui ci andava a nozze. Su quel sopranome ci costruì decide di nuove storie.
Beh Antonio, torno a Milano anche per rifarmi con le donne. Non è stato l’anno giusto questo. – Ti ho mai raccontato di quella… - Sì Antonio sì. Ora ti lascio, vado a dormire un po’. – Ma come, ora? – Sì ora, ho un po’ di sonno da recuperare. – Passami a salutare, prima di partire. Disse. - Non mancherò. – Magari organizziamo un festicciola qui al bar con Carlo. – Carlo chi?


Foto - Donna Sdraiata - Olio su tela - 70 x 50 - Elena Ferrari

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35° - Antonio, era uno di quelli...

di Silvio Lorenzi (24/11/2006 - 11:06)

...che quando a scuola insegnavano la grammatica, era a casa con la scarlattina. E a distanza di anni, la sintassi l’aveva imparata sul campo. La sintassi dell’alcol però. Con quell’italiano sgrammaticato, si ostinava a raccontare storie ormai logore. Storie di anni che il tempo aveva ormai divorato. Storie di una giovinezza ormai sfumata tra le rughe del suo viso. Ma era sempre li. Lo sgabello davanti al bancone per poco non aveva ricamato sopra il suo nome. Aveva uno sgabello in ogni albergo di quel lungo lago. Dopo la mezzanotte i bar si popolavano di gente che il momento più alto della propria vita, lo poteva raccontare solo al passato remoto. All’imperfetto e al presente c’era poco da raccontare. Il fu Antonio. Quella era vita. E faceva a gara con una certa Contessa Cortesi Luigia. Almeno questo era ciò che raccontava. Ma non c’era molto di nobile in lei, se non la voglia di far credere ciò che non era. La Contessa, che ormai tutti definivano tale, era una signora sui sessantacinque. Da cinquanta metri sembrava elegante, ma a guardarla da vicino, era vestita con l’abito della domenica ormai consunto. E le scarpe facevano il resto, con quei tacchi smussati e la vernice che saltava a pezzi. E poi c’ero io. Io, un tavolo una sedia e la mia cotoletta. Il fu Asdrubale non esisteva. Non c’era niente di significativo nel mio passato, neanche ad inventarlo. Il presente forse, quello sì che era curioso. 

- Buonasera Asdrubale, che fa mangia tutto solo. Disse la Contessa Luigia.
- Beh come sempre Contessa. – Come va, procede il suo romanzo? Sa, lei mi ricorda Ernest.
-Magari. Dissi. Qualche settimana prima mi raccontò, che nella villa che aveva, o meglio millantava d’aver avuto, soggiornò Hemimgway. Del resto il buon soldato era stato ovunque, durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma non credo lei sapesse quali fossero i suoi tratti somatici.
- Sta ancora lavorando a quella cosa delle ciliegie? Disse la contessa restando seduta ad un tavolo vicino al mio. – Più o meno sì. L’albero dalle ciliegie azzurre, vorrà dire però. – Ah sì ora ricordo. Ma cosa ci fa un bel ragazzotto come lei, tutto solo, per settimane, in questo albergo? Perché non è rimasto a Milano a scrivere? – Cara Contessa, il lago mi regala l’illusione. – L’illusione di cosa? – Di fuggire. Di poter cambiare qualcosa. Di scrivere e di fare lo scrittore. Ci sono troppe cose da tirar fuori da questa testa. – Beh, ma meglio di Milano per cambiare qualcosa… E poi da cosa fugge lei, è così giovane? – Dal passato. Del resto tutti cerchiamo di fuggire dal passato. Ma che purtroppo è già andato. E così cerco di cambiare il passato, cambiando il futuro.
- Non riesco a capirla sa. – Non si preoccupi, ogni tanto straparlo. Sono cose senza senso, che mi illudo di capire. Le penso e basta. Non sento il bisogno di comprenderle.

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