Repetita Iuvant - 8

Scelse accuratamente il giorno per dirmi che non mi amava più. O meglio che amava ancora Pier Francesco. A Pasqua. E invece di farmi risorgere, mi mise in croce. Una stilettata sul costato, una bella corona di spine ed ero pronto. Era l’ennesimo castello di sabbia che veniva cancellato dalla marea. Preferivo di gran lunga i castelli in aria a quelli di sabbia. Ma pertinacemente continuavo a bagnare secchi di rena. E il mare riportava tutto in pari. Ricostituiva il vuoto che ero riuscito a riempire. Oltre il livello massimo. E probabilmente, era troppo. Troppa felicità tutta insieme. Tutta concentrata in poco tempo. Un felicità che normalmente veniva distribuita in un lustro, io l’avevo vissuta in pochi mesi. E ora c’era una bella tassa sul lusso. Il lusso della felicità. Una cartella esattoriale tutta per me. Avrei voluto fare l’evasore totale, ma la finanza era già a casa mia, per i suoi controlli. – Lei ha un bell’arretrato di felicità da pagare, caro il mio Barca. E così mi sequestrarono il bene. Paola. Senza neppure avere il diritto ad un ricorso. A un riconteggio. Niente. Solo felicità sottratta. C’è sempre qualcosa di sbagliato nella perfezione. Quell’amore era perfettibile. Ma in cosa, non lo sapevo. Me lo disse con la stessa naturalezza con cui avrebbe chiesto una caramella. Così, all’improvviso. Come una foratura. Come fosse una necessità da espletare nel più breve tempo possibile. La Milano-Bologna che ci aveva unito ci divise, quasi ci fosse un bivio all’altezza di Parma. Io di qua e lei di là. E nemmeno un cartello che anticipasse cosa mi aspettava. Nulla. Avevamo passato una bellissima Pasqua insieme ai suoi genitori nella campagna bolognese. E niente mi faceva pensare ad un epilogo così mesto, così inatteso. Semmai il contrario. – Asdrubale quando ci sposiamo? Ti amo. Invece si aprì il vuoto intorno a me. – Asdrubale, ho capito che amo ancora Pierfrancesco e lui ama me. Perché, io non ti amo? Pensavo. Tutti i miei pensieri sono per te. Quella frase mi tolse la forza di formulare una qualsiasi risposta sensata. Una riflessione degna dell’amore che sentivo per lei. E mentre guidavo provavo quell’inconscia voglia di sterzare all’improvviso, per vedere l’effetto che faceva. Per finire tutto lì. Ma avrei dovuto sterzare qualche secondo prima, per bloccare tutto nell’amore. Ma ormai era tardi, lei aveva detto ciò che doveva dire e io non avevo la capacità di riportare indietro il tempo di dieci secondi. O anche solo di cinque. Fermare tutto ad Asdrubale ho capito che… Che ti amo, amore mio. Che voglio passare la mia vita al tuo fianco. Continuavo a tenere gli occhi sulla strada come se non avessi sentito nulla di ciò che aveva voluto dirmi. – Asdrubale, hai capito? – Io con te ho passato i mesi più belli della mia vita, ma non posso mentire al mio cuore. In fondo quasi la capivo. Comprendevo il suo disagio. Volevo solo ciò che era meglio per lei. O forse ero illuso che una volta arrivati a casa tornasse sui suoi passi. Che tutto ripartisse da dove era rimasto. Passai la notte con una Paola diversa da quella che aveva dormito con me la notte prima. É incredibile come un giorno solo possa cambiare il corso della vita. Intanto la partita con Elena finì in parità, ma Pierfrancesco vinse due a zero. Aveva avuto quella rara abilità di portarmi via le due donne che più avevo amato.
78° - Mi ritrovai a...
...far con Paola quello che non ero riuscito a fare con Elena: convivere. E successe tutto con estrema naturalezza, come se fosse un passaggio obbligato nel nostro rapporto. La convivenza, non fu mai argomento di discussione. Successe e basta. Pochi mesi di frequentazioni bastarono per farci capire che la strada da percorrere era quella. Finalmente non dovevamo attraversare due regioni per poterci godere quei momenti insieme. L’austrada non mi avrebbe più riaccompagnato a casa dopo aver assaporato Paola. Ora era lì, vicino a me. Quello che Pierfrancesco mi aveva tolto, Pierfrancesco mi aveva ridato. Come se, inconsciamente, si sentisse in debito con me. Io gli regalai Elena e lui mi restituì Paola. Quasi fosse un baratto. Paola, da mesi, aspettava l’occasione giusta per lasciare Bologna e venire a Milano. E non per me. Perché quel suo trasferimento era già deciso da mesi. Cercava di fuggire dal ricordo di lui e lungo il percorso trovò me. Io invece ero rimasto fermo come uno scoglio. In attesa che il mare intorno me cambiasse qualcosa. Ma il momento della fuga sarebbe arrivato anche per me. Intanto mi godevo quel amore che solo Mariarita aveva saputo darmi. Non avevo più bisogno di amanti ora che c’era Paola. Mariarita per me non esisteva più. Non una sola risposta alle sue chiamate, ai messaggi, alle lettere. Basta, nulla, per lei Asdrubale non c’era più. E smisi anche di andare a fare colazione da Mario. Le mie mattine ore erano per Paola. Era come aver tirato su un muro. Il passato al di là e il presente al di qua.
Continuavo a lavorare, con il pensiero fisso di lei nella mia testa. Pensavo al vino per la serata, ai sui sorrisi, alla voglia che avevo di far l’amore con lei. La giornata sembrava non finire. Me ne stavo lì, con i miei clienti, mentre la mia testa era altrove. Avrei voluto scappare ma ora dovevo tenermi stretto quel lavoro galeotto. La banca chiuse, ma noi rimanemmo dentro e continuammo il nostro lavoro. Era lunedì, la giornata lavorativa più lunga della settimana. Era come se la mia sedia avesse due braccia che mi tenevano prigioniero. Ma finalmente l’immaginaria campanella suonò e io fui nuovamente libero. Libero di uscire, di prendermi quella parte di vita che attendevo. Libero di comprare la quantità di vino che avrebbe fatto incontrare i nostri corpi.
La trovai sulla porta come una moglie vecchia maniera. Ma non c’era nulla di casalingo in lei. Si era fatta cucire addosso un paio di jeans e un maglioncino nero accompagnava dolcemente le sue curve. – Ciao Amore. Dissi. Scusami, ho fatto un po’ tardi. Lei mi sorrise e mi baciò. Senza dire una parola, se non – Amore forse stiamo correndo troppo? Probabilmente sì, pensai. Ma non m’importava, la voglia di stare con lei ricopriva tutti i pensieri, come fa la neve con le cose. L’estate del resto non sarebbe mai arrivata.
34° - Riconoscevo ai suoi piedi...
...quelle scarpe che avevamo comprato insieme a Torino, qualche mese prima. E mi ricordo come fosse ora, quel suo sorriso che sapeva di primavera, all’uscita da quel negozio. E su quelle scarpe, ci vidi scivolare la sua gonna nera. Li sentivo ansimare. Ancora uno di fronte all’altra. Immaginavo, le mani di lui che si facevano spazio tra le sue gambe, cercando quella eccitante assenza, mentre la sua bocca correva lungo il collo. Lei gli slacciò i pantaloni, che vidi anch’essi scendere fino ai piedi. Sentivo gli altri indumenti cadere sul letto. Mentre loro rimanendo ancora ritti e nudi come alberi in autunno, si spostarono contro l’armadio. A piccoli passi, vista la costrizione dei pantaloni e della gonna, alle caviglie. Li vedevo ora alla mia destra, contro l’armadio, premersi uno sull’altra. Nella mia testa, vedevo le mani di lei che lo sentivano crescere, mentre lui affondava le sue dita tra le gambe così lisce. La sentivo godere. Ma non volevo credere fossero gli stessi gemiti che negli ultimi anni avevo sentito, in ogni angolo di quella casa. Si girarono, era lui ora a rimanere spalle all’armadio e lei si liberò della gonna che le impediva i movimenti e con quella vidi andar via anche il suo perizoma. La vidi scendere piano, fino a sentir aumentare il respiro di lui. Ora la vedevo piegata sulle gambe. Quegli impulsi confusi nella mia testa, figuravano benissimo cosa stesse facendo. Si fermò dopo pochi secondi, perché lui le disse di smettere. Passarono sul letto. Vidi le doghe piegarsi verso di me. Lasciandomi ancora meno spazio, lì sotto. Intanto vedevo le mani di lui che restando seduto sul letto si toglieva le scarpe, potendosi cosi sfilare i pantaloni. A quel punto erano nudi sopra di me. Divisi da quello che stava diventando il materasso della vergogna. “Ti voglio” disse lei. “Ti amo” rispose a lui. Immagino a quel punto lui fosse già sopra di lei. Il materasso, iniziò ad allontanarsi e avvicinarsi con regolarità al mio viso. Li sentivo godere. Volevo finisse, tutto e subito, non li potevo sentire così. E neanche a chiederlo, tutto finì. Il movimento sussultorio si interruppe ed io potevo tornare ad avere tutto il mio spazio lì sotto. “Scusami amore” disse lui. Lei: non preoccuparti é stato bello”. Peccato io non abbia sentito lei. Che schifo. Me lo immaginavo sopra di lei tutto sudaticcio, maleodorante come uno spogliatoio dopo una partita di calcio e mezzo grasso. Se non tutto.
Rimasero fermi a ripetersi quanto stavano bene insieme e da quanto tempo non provassero un tale sentimento per un’altra persona. Una storia già sentita.
FOTO - Madonna - Olio su tela - 100 x 80 - Elena Ferrari 2004



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