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Perdita d'identit? 2-4

di Silvio Lorenzi (28/03/2007 - 11:59)

Non me ne resi conto prima di tutta quel atmosfera sospesa, quasi non fosse una cosa che stesse accadendo a me, ma come se mi stessi immedesimando in un personaggio fantastico. I miei occhi si chiusero sotto il peso dell’etere. Ma li riaprii subito, quando pensai a cosa ci faceva quella bella ragazza in quella gabbia di matti e immediatamente dopo, il mio cuore inizio a battere forte, perché mi venne alla mente il pensiero di addormentarmi su quel lettino, lasciando il mio corpo alla mercé di quei pazzi. L’effetto dell’etere svanì sotto l’enorme quantità d’adrenalina che sentivo veloce scorrere in me. Riaprii gli occhi ma la luce puntata su di me non mi dava la possibilità di vedere bene in faccia gli incamiciati che mi stavano intorno. Intanto, la ragazza dai capelli corti, si riavvicinò per rianestetizzarmi , visto che lo aveva fatto male, ma uno degli incamiciati la fermò. Nello stesso istante fui colto da una violenta fitta di dolore , precisamente a metà coscia destra. Naturale fu il mio gesto di volgere lo sguardo verso le mie gambe. Mi stavano recidendo malamente la carne. Una sensazione molesta e penosa mi percorreva velocemente tutto il corpo. Nel frattempo, l’anestesia, era stato sostituita da una imbavagliatura, evidentemente le mie urla infastidivano l’operazione. Il sangue usciva a modi cascata lungo il lettino, mentre gli incamiciati tamponavano quella ferita volontaria con delle bende e delle pinze. Quel pazzo intanto, continuava a spingere quel suo affilatissimo bisturi sulle fibre muscolari a metà del retto femorale del quadricipite, di cui sentivo le sue fibre che elastiche si ritiravano sotto il taglio di quel dolorosissimo coltello chirurgico. Quel utensile così affilato vibrò a contatto con il mio femore ed io svenni per l’enorme sofferenza. Mi ritrovai, presumo, dopo alcune ore, disteso su di un letto, intontito. Nella stanza in cui mi trovavo questa volta, c’erano altri letti e precisamente tre, oltre al mio. Erano vuoti. L’unica persona in quella stanza fino a quel momento ero io. Avevo dei disturbi alla vista e mi faceva male la testa, colpita da un fastidioso dolore sulla fronte. Un intera parete di quella stanza era occupata da una serie di finestre. Erano aperte ad almeno un metro da terra fino ad arrivare al soffitto. Delle normali tapparelle di plastica chiudevano la strada alla mia vista, e il sole non poteva illuminare a giorno la stanza. C’era però una piccola luce a neon, che posizionata poco sopra la spalliera del mio letto, irradiava fievolmente la stanza in cui mi trovavo. Quella tenua luce era resa ancor più fioca dalle ombre createsi all’interno della stanza. Due enormi lampadari sferoidali, proiettavano le loro ombre sull’opaco soffitto. Quei due cosi scendevano perpendicolari al pavimento, rimanendo attaccati con un sottile cavo al cielo della camera. Guardavo come impalato quei due enormi ovoni bianchi, mentre tutto intorno a me era strano, forse per quel atmosfera così ospedaliera. Il mio letto e quello di fronte a me erano i più vicino alla finestra. Allo stesso modo altri due letti erano disposti alla mia sinistra. In mezzo ai quattro letti si creava spontaneamente un passaggio che portava proprio di fronte all’unico accesso a quella camera, che rimaneva dirimpetto alla grande finestra. Sebbene fossi ancora intontito riuscivo a sentire alcuni suoni provenienti da una stanza vicina. Alcuni secondi dopo capii che erano voci di persone che sentivo parlare in lontananza, senza però essere in grado di capire le loro parole e i loro discorsi, che rimanevano sottili come bisbigli oltre il muro dietro me. Rimasi immobile per cercare di catturare anche una sola parola di tutto quel mormorare. Mi sentivo indolenzito in tutto il corpo, ma soprattutto sentivo un forte formicolio alla gamba destra. Pensai subito che era una conseguenza post-operatoria. Ma quale operazione? Tortura semmai. Cercai di scoprirmi con prepotenza dalle coperte sopra di me e con la forza delle braccia le piegai a triangolo di lato. Ruotai il corpo verso destra, facendo uscire le mie gambe che rimanevano ancora in parte coperte. Mi misi poi seduto dal lato di fronte alla finestra chiusa. Solo allora mi resi conto di ciò che era successo e avevo subito. La mia gamba sinistra faceva un normale angolo di novanta gradi all’altezza del ginocchio per arrivare sino a terra, in cui il mio piede scalzo mi fece sentire il freddo pavimento.

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