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100° Fine - Il sole...

di Silvio Lorenzi (21/03/2007 - 10:47)

...mi svegliò con una carezza. La mia stanza era rinata. O forse era solo lo specchio di me stesso. Era tempo di andare. Lasciare quel lago. Lasciare Carlo e la sua amicizia. Lasciare lì le due straniere e le fantasie che ci avevo costruito sopra. Le coppiette e le loro panchine. Renato e il suo pianoforte. Antonio, i suoi racconti e l’improbabile Contessa. Alberto e la sua imbranata gentilezza. E poi la mia stanza. Degna compagna di viaggio. Aveva saputo avvolgermi con dolcezza nella mia solitudine. Rimasi sulla porta come in una polaroid. Ora era tutto come undici settimane fa. Uscivo come c’ero entrato, con la stessa aspettativa per ciò che la vita mi avrebbe riservato nelle settimane a venire. Con la stessa illusione che qualcosa, in qualche modo, quel mio gesto avrebbe smosso. L’aver preso il destino alla sprovvista. Prenderlo di sorpresa per spiazzarlo. Per mischiare tutte le carte nella tavola della mia vita. “E’ tempo di andare Asdrubale”. Tempo di continuare a tessere la tela che avrebbe avvolto il mio futuro. Tempo di riprendere le redini di una giovinezza indomita. Percorsi per l’ultima volta quel corridoio di mouquette ormai lisa dal tempo. Il proprietario mi aspettava alla reception come un filo di lana attende i maratoneti all’arrivo. – Buongiorno. – Allora, ci lascia. – Eh sì, è arrivato il momento. Non aggiunse una parola. Il conto era già pronto sul bancone di fronte a me. Sfilai la carta dal portafogli e saldai quanto dovuto. Non sapevo quanto c’era rimasto sul mio conto. Ma mi bastava ciò che avevo in tasca per fare ritorno a casa. – Grazie di tutto Asdrubale. Mi porse la mano e la sentii ruvida nella mia. - Beh, grazie a voi. Prima di andare però volevo salutare Carlo. – Carlo chi? – Come chi? Carlo, suo figlio. Sentii la sua mano andar via dalla mia. Mentre i suoi occhi mi guardavano interrogativi. – Forse ti confondi, io non ho figli. – In che senso scusi? – Nel senso che non ho figli. – Ma io… niente lasci perdere. – Arrivederci allora. Gli regalai le spalle e uscii dall’albergo. - Grazie ancora Asdrubale, torni a trovarci presto. Sentivo la sua voce dietro di me, mentre il mio sguardo si poggiò per un secondo su ogni angolo di quel posto. Carlo pensavo, che fine ha fatto Carlo? Me ne stavo andando giusto in tempo. Non mi bastarono quelle settimane per comprendere il lago. La macchina intanto era lì, dove l’avevo lasciata. Caricai le mie cose, e rimasi fermo per cinque minuti a fissare l’albergo. Era come fosse distaccato dal contesto, come un ortica in un roseto o forse il contrario. Giusto in tempo Asdrubale. Il giusto tempo che mi servì. Non avevo nessuna certezza per ciò che sarebbe venuto. Ma la riavviata speranza era il motore del mio futuro. Dopo settimane riaccesi il cellulare che immediatamente iniziò a suonare come le campane a festa. Una raffica di messaggi. Come fosse un segnale. Ero uscito dall’acqua dopo settimane di apnea. Erano i miei amici, la mia famiglia, la mia vita. Era Milano che mi rivoleva con sè. Misi in moto e guardai nello specchietto quel pezzo di vita che rimaneva lì. Continuai a guardarla finché la vidi sparire.

Tag: lago,albergo,fine

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