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98° - Quel mio rigirarmi...

di Silvio Lorenzi (19/03/2007 - 16:16)

...nel letto coperto dai miei pensieri, non mi faceva dormire. Trovai solo una cosa per passare la notte. Riempire un paio di valigie con dei vestiti, qualche libro e una vecchia macchina da scrivere. Erano i preparativi per l’ennesima fuga. Com’era successo con Elena. Ma non scappavo da lei, bensì dal suo ricordo. Paola del resto mi aveva anticipato, le sue cose erano in parte ancora a casa mia, ma non lei purtroppo. Di lei mi rimasero solo due occhi senza un viso. Misi nella valigia anche una scatola colma di fogli. Fogli pieni di parole e non bianchi. Quei fogli con cui litigavo a corrente alternata. Racconti pieni di speranza. Il mio curriculum da scrittore mancato. O meglio da scrittore che mai aveva fatto il passo giusto. Con quella voglia latente che si divideva tra il voler dare alle fiamme quella banale creatività e il voler essere osannato per tanto mestiere. Sentivo che era quello il momento giusto per girare pagina. Per lasciare quella mia Milano tanto odiata e tanto amata. Ma il fare le valigie era la parte più facile. E così mi ritrovai alle tre di notte, con il viso gonfio, le valigie fatte e una scusa plausibile da inventare per lasciare il lavoro da un giorno all’altro. Mi feci aiutare da un Macallan dieci anni. Guardavo il bicchiere come a leggere i fondi del caffè, ma niente. Sentivo solo l’eco nella mia testa. La verità. Solo la banale verità mi avrebbe tolto d’impaccio. – Sa dottoressa Papadia, qui ci sono le mie dimissioni. Ho bisogno di cambiare aria e di scrivere per dimenticare. Dal punto di vista personale è stato proprio un brutto anno il mio. E lei non avrebbe fatto una piega. Del resto non aspettava altro. Le avrei fatto solo un piacere. Gli altri li avrei avvisati a cose fatte. Compresa mia madre. Almeno non avrebbe perso voce e tempo per farmici ripensare. Qualche mese, solo qualche mese. Per recuperare un intero anno. E poi sarei ritornato con idee più chiare. Con un bel libro da pubblicare e un nuovo lavoro da cercare. Gli amici mi avrebbero preso per pazzo, come erano abituati a fare. Ma quelli veri avrebbero capito. Per Paola invece, solo un bigliettino sul tavolo della cucina. Cara amore mio, odio stare così male mentre ti penso felice tra le braccia di un’altra persona. Odio questa contrapposizione di sensazioni e di sentimenti. Non riesco ad immaginare e accettare la mia Paola innamorata di una persona diversa da me. Ma forse il destino aveva ragione e doveva andare così. La felicità del resto non è mai destinata a durare a lungo. Avrei dovuto sposarti subito senza esitare, ma ho perso tempo e con esso anche te. Io starò via per un po’, hai  il tempo che di serve per riprenderti le tue cose e sistemarti nella tua nuova casa. Ci misi sopra la sua tazza preferita e lasciai lì quelle poche righe. E mentre una nuova giornata stava aprendo il cielo, mi misi a letto, per l’unica ora di sonno che a quel punto mi potevo concedere. Mi addormentai coperto da una solitudine che mai avevo sentito così forte.

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