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De.licio.us

91° - Tra l'ultima volta...

di Silvio Lorenzi (05/03/2007 - 14:38)

...che avevo visto Alessio e il suo pugno, in mezzo c’erano passate un paio di stagioni. Era stato per il suo compleanno, che tradizionalmente veniva festeggiato nella sua casa di campagna. La cornice perfetta per lasciarsi rapire dalla carne alla griglia e dai fumi del vino. Era l’anno del record, saremmo stati quaranta. La tavolata in giardino sembrava non aver fine, mentre un piccolo stereo portatile strideva la sua musica in un sottofondo che si perdeva intono a noi. Le nostre risate coprivano ogni altro rumore. L’estate intanto ci regalava uno degli ultimo colpi di coda. Mariarita era seduta di fronte a me e nessuno sapeva di noi. L’armonia del suo corpo mi regalava piacimento. Le rubavo i sorrisi, sottraendoli agli altri. I suoi occhi enormi mi attiravano a lei più di quanto riuscisse la gravità a tenermi incollato alla sedia. Però dovevo continuare a fare la mia commedia, perché, mentre i suoi occhi erano per me, i miei non potevano permettere di far trasparire l’interesse che avevo per lei. Normali amici, ecco cosa eravamo. Come tutti gli altri che vedevo vicino a noi. E mentre in cucina qualcuno attendeva che il caffè venisse su, sul tavolo venne giù un enorme sacchetto pieno d’acqua. Si dichiarava così aperta la guerra. Il solito tutto contro tutti. Era come aver scoperchiato un formicaio. Ora non era più un pranzo tra amici, ma il gavettone day. Tutti sapevano sarebbe finita così, ma nessuno sapeva quando sarebbe iniziata. La compagnia era divisa tra chi scappava e chi inseguiva. Era lecito utilizzare tutto quello che avrebbe potuto contenere acqua. Secchi, bottiglie, sacchetti, pentole e recipienti d’ogni tipo. Non passarono cinque minuti, perché tutti potessero sentire i propri vestiti aderire al proprio corpo. E nonostante nessuno avesse più un lembo di pelle asciutta, l’acqua continuava a piovere. Ma quello era solo il primo tempo. La degna conclusione sarebbe arrivata più tardi, quando tutti si fossero ripresentati con indosso il cambio d’ordinanza. Era un rituale rodato da anni. Ma lo stupore nel risentirsi bagnati come spugne, sorprendeva sempre un po’ tutti. Comunque in quel primo tempo, il mio sentirmi nipote del vento, mi portò alla giusta distanza dalla prima linea. Quella triste scenetta adolescenziale iniziava ad andarmi stretta. Avevo quasi trentenni e mi trovavo a giocare a gavettoni. Prima o poi avremmo pur smesso con quei giochetti che ci trascinavamo da dieci anni. Ma per ora era così. Con la partecipazione al pranzo “firmavi” il consenso a farti bagnare. Da lontano mi godevo la scena, con la coscienza che sarebbe arrivata la mia ora. Anzi, ripresentarmi asciutto avrebbe riacceso la battaglia. E in quel mio spirito di conservazione, girai per lo sconfinato giardino intono alla casa. Mi fermai solo quando sentii la voce di Mariarita che chiamava il mio nome da dietro una casetta di legno. Una di quelle casette che da bambino sognavo. Una bella casetta di legno tutta per me. Era il magazzino per gli attrezzi. – Asdru, vieni…

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