71° - Finimmo...
...al “ristorante delle due russe”come me lo ricordavo io. Del resto il ristorante, era quello in cui qualche settimana prima avevo incontrato le giovani russe disponibili. Avevo pensato spesso all’opportunità di riempire il mio letto con un paio di banconote verdi. L’opportunità di vincere la solitudine con dei soldi. Entrammo nel ristorante e il mio sguardo scandagliò i tavoli. Come a catalogare ogni cosa. Come a cercare ciò che cercavo. L’opportunità. Avrei voluto mio padre con me e lui era lì. E i nostri cromosomi si chiamarono. Il padre che avevo in me e il figlio che aveva in lui si telefonarono a nostra insaputa. Era arrivato quando avrei voluto. Mi resi conto soltanto in quelle lunghe settimane passate al lago di quanto fossimo simili, seppur nella nostra diversità. Eravamo divisi dalla fuga. Lui era rimasto fermo. E si era ritrovato con una famiglia che non aveva saputo gestire. Con un vizio che gli aveva portato via tutto. Per tutti era il professor Barca. Ma conoscevano solo le sue lezioni e non la sua vita, ben più complicata da esporre. Per me, era mio padre. E la sensazione di essere padre l’assaporai anch’io una volta. Anzi più d’una. Ma una più di tutte le altre. L’occasione era simile: un ristorante, uno dei tanti in quel mio ultimo anno di giovinezza. Avrebbe voluto chiamarmi amore, ma disse solo Asdru, per attirare la mia attenzione, mentre eravamo seduti ad un tavolo di un ristorante francese. – Ho un ritardo di due settimane. Mi sforzai di non capire. Di far entrare quella frase dall’orecchio destro e farla uscire da quello sinistro. Come un colpo di vento che ti attraversa il corpo e non lascia il segno. – Cosa? – Le mie cose. – Quali cose? – Le mie cose, dico, sono in ritardo di due settimane e qualche giorno. – Ma Rita, sei sicura? – Ti sembra che potrei non accorgemene? – Che ne so! Non si sa mai. Nella mia testa intanto stavo già prenotando un bel volo per Rio. Lontano da tutto. – Ma scusa, non potevi dirmelo prima? – Al telefono non mi sembrava bello. – Quindi aspettavi di partorire? – E adesso cosa facciamo? – Rita, come cosa facciamo? Vedrai che sarà solo lo stress. Speravo lo fosse. – Ma hai fatto il test? Lei mi guardava ma il suo sguardo non era per me. – Allora, hai fatto il test? Il mio sangue intanto si era rappreso come una frittata. – No, non l’ho fatto, ma me lo sento. – Cosa vuoi sentire? Sarà solo un normale ritardo. I suoi occhi erano diventati lucidi come la lama del coltello che avrebbe voluto farmi assaporare. Non era quella la scena che avrebbe voluto per il concepimento di nostro figlio. Una scena senza amore. I suoi occhi erano sempre più lucidi, mentre la mia testa cercava il momento fatidico. Il momento dell’incontro dei nostri geni. Mi divertivo a divertirmi ed ora il divertimento era finito. Se avessi spento il cellulare quella notte, ora non mi sentirei padre.
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