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69° - Mi abbracciai nel mio...

di Silvio Lorenzi (23/01/2007 - 11:37)

...accappatoio, come avrei voluto fare con le donna che amavo. Anche se non sapevo ancora chi fosse. Uscii dal bagno, camminando come in un percorso di guerra e lasciai che il letto riprendesse possesso di me. Rimasi lì, fermo, guardando il soffitto bianco come i miei pensieri. Bussarono alla porta. – Asrubale ci sei? Asdru sono papà! Rivolsi lo sguardo alla porta come a volerci guardare attraverso. Papà? Che cazzo ci faceva qui? – Arrivo. Aprii la porta e lui era lì, dentro ad uno dei suoi abiti – Che fai non mi saluti? – Ciao papà, ma che ci fai qui? – Come che ci faccio qui? Sono venuto da mio figlio. Avrò pur il diritto di star un po’ con te. I suoi occhi intanto correvano sopra la mia spalla scorgendo lo spettacolo penoso della mia stanza. Ma non disse niente. – Dai vestititi che usciamo a mangiare qualcosa. – Ma io… - Non dirmi che hai un impegno. Passerai le tue serate in questo albergo. – Dai arrivo, aspettami al bar. Beviti qualcosa e fallo mettere sul mio conto. – Va bene, sbrigati. Con gli occhi bucati dall’alcol e dalla giornata passata a dormire, mi vestii velocemente. Questa volta con qualcosa di pulito.
Lo ritrovai al bar, messo all’angolo dalla Contessa. – Sa, lei ha un figlio d’oro. E’ proprio un bravo ragazzo, così tranquillo. Passa le giornate a scrivere. Per me diventerà qualcuno quello lì. Disse indicando me, mentre gli andavo incontro. Ecco quella era un’altra delle cose che non sopportavo, essere definito bravo ragazzo. Bravo rispetto a cosa? Non facevo niente, come potevo essere cattivo. E tranquillo poi? Cosa voleva dire, che ero un mezzo rincoglionito? – Buonasera Contessa. – Buonasera Asdru, è proprio un bell’uomo suo padre. E poi è un professore. Gli misi una mano sotto al braccio e lo portai fuori di lì. Mio padre ebbe solo il tempo di ricambiare la cortesia con un saluto. – Simpatica quella signora. E’ una Contessa? – Ma quale Contessa, dice lei di esserlo, ma in realtà è una prostituta in pensione. – Prostituta? – Sì, una puttana, che non ce la fa più. – Ma perché devi sempre reagire così? – Dai Papà dimmi perché sei venuto qui? – Per vedere come stavi, non ti sei più fatto sentire, sei sparito. Meno male che Gianluca mi ha detto dove trovarti. – Cos’è, adesso all’improvviso vi preoccupate tutti per me? – Dai non fare il pirla. Lo sai che non è vero. – Scusami papà è che stare qui mi ha rintronato. Sono due mesi che non sento e non vedo più nessuno. Ho deciso di staccare e l’ho fatto. Mi è servito per pensare. – A cosa? Alla mia vita al mio libro. – Ah, a proposito, come sta andando? Accennai un sorriso. – Bene Papà, l’ho finito. Non disse una parola. Si fermò e mi abbracciò come solo un padre sa fare. E nella mia testa suonò il concerto per piano numero uno di Tchaikovsky. Solo allora mi resi conto di quanto mi fosse mancato. L’unico che avesse mai creduto in quel che facevo. E finalmente il suo abbraccio era per me. Non so se l’invidia che provavo per gli altri quando li vedevo abbracciare il proprio padre potesse essere un peccato capitale. Era l’unico sentimento d’invidia che provavo. Solo quello.


FOTO - Cielo Infuocato - Tecnica mista e olio su cartone - 44 x 36 - Elena Ferrari 2004

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