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65° - Una sveglia suonò...

di Silvio Lorenzi (17/01/2007 - 11:24)

...nella mia testa. Buttai il corpo sotto la doccia, mentre il cervello era ancora sotto le coperte. Erano le sette e mezza. Avevo dormito pochissimo, ma non potevo mancare all’appuntamento. L’ufficio postale mi attendeva. Mi rimisi i vestiti con cui avevo dormito ed uscii dalla camera carico di pacchi. E come un sherpa mi avviai verso l’ufficio postale. Lo trovai ancora chiuso. Attesi fuori insieme alle altre persone che prima di me si erano guadagnate il diritto di prelazione davanti al primo sportello utile. Erano tutti pensionati anziani, tutti con un compito da assolvere. Anche loro come me avevono fretta di fare ciò per cui erano lì. Non avrebbero potuto aspettare oltre. Il pomeriggio sarebbe stato troppo tardi. Li vedevo intenti nell’attesa. Ognuno aveva qualcosa di diverso tra le mani. Chi delle bollette, forse ormai scadute e quindi urgenti. Chi un vaglia. Qualcuno inviava soldi e qualcuno era lì a ritirarli. Chi a mani vuote e chi, come me, strabordante di pacchi. E poi c’era un anziano signore con un pacco grande più o meno quanto uno dei miei. Passeggiava nervosamente avanti indietro. Probabilmente anche lui aveva un suo libro da spedire. Mi immaginai lì, tra quarant’anni. Sempre con lo stesso pacco. Sempre con la stessa speranza di vedere pubblicato quel libro scritto decide di anni prima. Forse quello sarebbe stato il primo di centinaio di gesti identici. Ogni mattina in posta a spedire un manoscritto. Gli editori, li avrei presi per sfinimento. Comunque, in ogni caso, non ho mai capito perchè, con tutto il tempo libero che hanno i pensionati li trovi sempre tutti davanti alla posta prima dell'apertura. In ogni caso finalmente, l’attesa fu ripagata. Uscii dalla posta molto più leggero. Alleggerito dei pacchi e nell’animo. Quello che andava fatto, era stato fatto. Ora mancava soltanto una cosa. Aspettare. Attendere una di quelle risposte come tante ne avevo ricevute. Ma questa volta non era un racconto. Non era una cosa da pubblicare insieme ad altre. Questa volta era un libro vero e proprio. Una copia del manoscritto me la spedii a Milano, a casa mia. Volevo vedere che effetto faceva ricevere un mio libro. E mentre quei pacchi iniziavano a partire, ognuno con destinazione diversa, tornai in albergo a fare colazione. Il sonno mi concesse la forza per un caffè. Uscii per fare l’ultima cosa, dopodiché mi sarei lasciato morire in camera per giorni. Andai in libreria. Sentivo già il profumo del mio libro. E come non facevo ormai da un po’ di tempo, andai a cercare la giusta collocazione per la mia opera. Asdrubale Barca – L’albero dalla ciliegie azzurre. Poi mi guardai in giro e per la prima volta mi spaventai alla vista di tanti volumi. Erano un infinità. Migliaia di titoli, migliaia di autori. Chi si sarebbe reso conto che lì in mezzo c’era il libro di Asdrubale Barca? Forse nessuno. Quindi  una risposta negativa da parte dell’editore non avrebbe cambiato niente. Mi avrebbe solo tolto la speranza di lasciare una minima traccia del mio passaggio.

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