64° - I giorni trascorsi al lago...
...diventarono settimane e le settimane, mesi. Fino a che i mesi diventarono due. Tanto ci misi a mettere l’ultimo punto a L’albero dalle ciliegie azzurre. E con il punto finale, arrivò anche la consapevolezza che quello non era niente più di un romanzetto di serie b. Probabilmente non valeva neanche lo sforzo di cercare un editore votato alla beneficenza. Sessanta giorni di illusione. L’illusione di sentirsi scrittore. Ma avevo preso solo la parte maledetta della professione. Forse, il mio posto era lì comunque. Avrei preso il testimone della Contessa Luigia o quello del ben più fantasioso Antonio. Me ne sarei rimasto al bar a raccontare una vita non vissuta, ma immaginata. Ora che il libro era concluso, era finito anche il gioco. Non c’era neanche più il gusto di bere. Di creare quel apparente disordine creativo all’interno della stanza. Era finito tutto. E tra poco sarebbe finita anche la mia giovinezza. La primavera stava anticipando il passaggio di consegne. E il profumo del sole sembrava poter coprire l'olezzo dell’illusione. La luce si faceva spazio tra i miei capelli, come ad illuminare quella mia testa buia. Non c’era più neanche Carlo a rincuorarmi. A dirmi che ciò che stavo facendo era cosa buona e giusta. A leggere le parole scritte su quegli infiniti fogli al di là di quel letto che per ore abbracciava il mio corpo. Un ultimo anno di giovinezza passato a scappare. A scappare da me stesso. Dall’indifferenza di Elena, dagli abbracci di Mariarita, dalla delusione di Paola, dalla tentazione con le sembianze di una bionda. Dalla mia famiglia che correva in cinque direzioni differenti. Dallo stato di etraneazione progressiva dal mio lavoro. E da tutto il resto. Forse la vera fuga sarebbe stato il ritorno. Ma non ero ancora pronto. Mancavano pochi giorni al mio compleanno. La svolta doveva arrivare prima dei trentanni. Prima della fine di tutto. Prima della convinzione di non aver concluso poi molto, se non niente. Era come preparare Analisi due in dieci giorni. Buttarsi, nell’estremo tentativo di non andare fuori corso. Così, dopo due giorni passati a guardare il soffitto, con in corpo la giusta dose d’alcol che mi permetteva di amplificare la mia immaginazione, decisi che era ora di provare. Avevo concluso il mio lavoro, ma non del tutto. Dovevo impacchettarlo per bene e dopo averne fatte alcune copie, riprendere il mio lavoro di "appiccicatore" di francobolli. Anche se pessimo, era pur sempre un libro. Il mio. Trecento pagine e quaranta bottiglie o qualcosa di più. Indossai le prime due cose che trovai accatastate sulla sedia e mi infilai in tasca la banconota più grossa che avevo, barattandola poi con dei francobolli e delle buste gialle.
Ritornai in camera, infilai il manoscritto in una delle buste gialle, presi un’altra bella banconota e passai mezzo pomeriggio davanti ad una fotocopiatrice. Con il sorriso di chi sta facendo la cosa giusta, restituii la mia persona, carica di copie, alla mia stanza. Passai ore a leccare i francobolli e a scrivere le lettere che avrebbero accompagnato il mio manoscritto nel percorso verso la speranza. Persi la cognizione del tempo e con esso anche l’appetito. Alle quattro di notte avevo finito. Ora il mio libro erano una serie di pacchi che occupavano tutto il letto. Agguantai una bottiglia di whisky, ne lasciai scivolare dentro me parte del contenuto e mi addormentai, stremato, sopra quel letto di fogli, di alberi dalle ciliegie azzurre.
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