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58° - Feci la solita scena...

di Silvio Lorenzi (08/01/2007 - 01:04)

...di chi assaggia il vino e via che iniziammo con la prima bottiglia di Lugana. Del resto il Mojito non aveva sortito in me nessun effetto. E poi se c’è una cosa che mi da veramente soddisfazione è vedere una donna che apprezza ciò che beve. Ma era lei tutto ciò che contava Avevo inoltre dimenticato definitivamente l’obiettivo della mia missione con Paola. Avrei dovuto carpire i segreti del successo di PierFrancesco. Ma nulla. Non me ne importava più niente. Il mio era stato un baratto. Non un abbandono. Cedetti Elena per Paola. Come si fa con le figurine. Avevo scambiato un esemplare raro con un esemplare unico. Niente doppioni. E così completai la mia collezione, composta da un solo elemento.  Paola aveva saputo scecherare per bene il mio cervello. Mettendo una bella pietra sopra a quello che era stato. – Ti devo dire una cosa. Rimasi con la bocca aperta e la forchetta a mezz’aria. – Dimmi! Dissi, non sapendo cosa aspettarmi. – Ti ricordi quella sera sul terrazzo. – Sì, e chi se la dimentica. Sorrise. – Già da lì sapevo che la tua presenza alla festa di Giuseppe non era casuale. – In che senso? Risposi, cercando di continuare a nascondere “il mio segreto non segreto”. Sapevo già che tu eri e sei l’ex fidanzato di Elena. Optai per la verità. – Hai ragione. Volevo capire alcune cose. – Cosa? Tipo cosa ci trovasse l’ex fidanzata di Pierfrancesco in lui? – Si, può essere. – E tu cosa ci trovavi in Elena? Avevo come la sensazione che mi sfuggisse. – Forse è meglio non parlarne, che dici? – E cosa ci facciamo qui? – Ci conosciamo. Pensavo ti facesse piacere. No, finchè non mi dici che il tuo obiettivo con me è un altro. Voleva sentirsi dire che ora c’era solo lei. Ed è quello che feci. E la serata riprese la piega giusta. Me lo voleva dire e basta. Era meglio giocare a carte scoperte fin da subito. Aveva ragione lei. Intanto una bottiglia andò. E quel vino mise sul tavolo tutte le mie verità. Mentre i sorrisi ormai non si contavano più. Le presi la mano. Avevo voglia di baciarla. Di sentire che qualcosa di nuovo stava prendendo possesso del mio cuore in agitazione. – Ti va di venire da me? Era la domanda che volevo sentirmi porre. Era la domanda giusta. Le nostre dita si intrecciarono. – Beh, volentieri. E tra la seconda bottiglia di vino, che rimase fortunatamente a metà, e il whisky dopo il caffè, i nostri sorrisi bastarono a riempire tutto il locale. Uscimmo dal ristorante. Appena fummo fuori la baciai. E questa volta sentii le sue labbra sulle mie. Quanto di più bello avessi provato. Avrei voluto che quella sensazione non svanisse con il suo distacco. Volevo sentirmi così per giorni, per mesi, per sempre. Ci incamminammo verso la macchina. Sentivo che le mie gambe non seguivano esattamente i comandi che impartiva il mio cervello annacquato. Ma andava bene così. Avevo guidato in condizioni peggiori. E poi l’esperienza mi dava la capacità e l’illusione di mascherare la mia condizione. Diminuivano i chilometri che ci separavano da casa sua e aumentava il tasso alcolico. Guardavo la strada vedendo solo ciò che avevo la forza di vedere. Il minimo indispensabile per raggiungere la casa di Paola. Risparmiavo le forze riducendo il campo visivo. Il primo obiettivo era raggiunto. Il parcheggio sotto casa sua. In una Bologna che non era che nostra.

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