54° - Un pugno in faccia...
...ecco ciò che meritavo. Un pugno, senza rosa, per coronare quella giornata. Un pugno reale, non metaforico. Uno di quelli che lasciano un segno tangibile. Ne avevo presi tanti, ma mai reali. Mai di quelli che ti lasciano in ginocchio e con il viso verdastro. Di lividi era pieno il mio corpo. Ma non segni visibili. Solo dolore che tenevo dentro di me. Come quel fegato, che a più riprese mi ero mangiato. E in quegli infiniti spazi, in una Milano ormai bevuta, la mano di Alessio incontrò la mia faccia. Una faccia da sberle, non da pugni. Ma andava bene così. Era un segno. Un ultimo avviso. Scappa ancora Asdrubale. Era la campanella dell’ultimo giro. Una campanella di inizio lezione, non da fine. Il la, in una sinfonia tutta da suonare. Dove io ero il maestro d’orchestra. Ed ero io che dovevo decidere se quello che veniva sarebbe stato un adagio o un allegro.
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