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46° - Scappai

di Silvio Lorenzi (12/12/2006 - 11:30)

Verso quel tabellone che all’aeroporto attendeva me. Con le valige cariche e gonfie di chi scappa, come nella migliore tradizione cinematografica. Un tabellone che diceva: “Asdrubale il tuo aereo è qui che ti aspetta e parte tra poco”. Presi quel aereo come si fa con un autobus. Biglietto e via verso Milano. E la cosa, in qualche modo, mi faceva sorridere, nella sua tristezza. Avevo fatto ciò che molti sognano di fare. Scappare. Scappare da una cosa che non ti appartiene più. Da Elena, che sarà lì a chiedersi che fine ha fatto quell’Asdrubale che aveva deciso di andare in vacanza con lei, nonostante tutto. Quella vacanza estrema ratio per cercare di salvare il salvabile. Per cercare di riportare in perfetta stabilità un Andrea Doria ormai dormiente sul filo dell’acqua. Io, solo su quell’aereo e lei, sola su quella spiaggia. Io che cerco di immaginare la sua faccia preoccupata e lei che forse intimamente preoccupata non è. La potevo vedere dall’alto. Vederla passeggiare con il suo cellulare in riva al mare. – Non lo so Pier, mi sa che se n'é andato. – No, ha lasciato qui solo l’asciugamano e poche altre cose. - Ho provato a chiamarlo, ma ha il cellulare spento.
L' immaginarla dall’alto mi rendeva triste. Solo per il pensiero di lei preoccupata. Quell’amore abbandonato. E per la consapevolezza che quello fosse un gesto ultimo. Il gesto che non puo’ che segnare una fine definitiva. – Continua ad avere il cellulare spento, sono preoccupata. – Sì, ora prendo la macchina e torno in hotel.
Intanto il mio aereo affondava dolcemente nelle nuvole. – Desidera qualcosa da bere? – Si grazie, del whisky se ce l’ha? Anzi due. – Certamente.  Fino ad una manciata di ore prima ero in spiaggia con trentasette gradi, disteso vicino ad Elena ed ora ero a diecimila metri in compagnia di una bella coppia di whisky.  E con ci misi molto a vedere il fondo del bicchiere. Lasciai Elena, anche se lei mi aveva battuto sul tempo. Mi allontanavo da lei e mi avvicinavo alla bottiglia. E poi sentii quella sensazione. La mia non era una fuga, ma una staffetta. Un piacere fatto alla giovane coppia. Io agli arrivi e lui alle partenze di quell’aeroporto milanese. Probabilmente avevo fatto quello che volevano. Avevo lasciato un posto libero. Quello vicino ad Elena. E su quel taxi verso casa  pensavo che forse avevo sbagliato tutto. Mi sarei dovuto godere gli ultimi giorni con lei. E invece mi ero privato volontariamente di quel piacere. Un piacere amaro, fatto di troppi compromessi. E il cellulare suonò. – Asdru, dove cazzo sei? Era Gianluca, che non mascherava certo la sua preoccupazione. - Sono a Milano. – A Milano? E che cavolo ci fai qui? – Sono scappato, non ce la favevo. – Beh, questo l’ho capito. – Elena mi avrà chiamato dieci volte per sapere che fine avevi fatto. Ora la sua preoccupazione dava spazio all’incomprensione. – Ma sei impazzito? – Ah, io sarei impazzito? Quella cazzo di una stronza mi ha trattato come si tratta una pantegana e mi dovrei sentire in colpa?! – Ho capito, ma sparire così! Almeno chiamala.
– Gian, ho visto le sue telefonate ma non ho nessuna intenzione di chiamarla per spiegare niente. Non c’è più niente da dire. Anzi fammi un favore, chiamala tu e dille che sono a Milano. E dille pure che tra noi è finita. – Va beh questo l’avevo capito, ma così! – Ma così come?! Avrei voluto vedere te al mio posto. – Dai, però, adesso calmati. Vai a casa, fatti una doccia e poi vieni qui da me, intanto chiamo Elena e la tranquillizzo. – Figurati che cavolo gliene frega a quella lì, ci sarà già Cromagnon all’aeroporto pronto a raggiungerla. Il tassista intanto proseguiva la sua corsa divertito. – E lei si tolga quel sorriso dalla faccia. – Questo è il mio taxi fino a prova contraria. Disse stizzito.

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