45° - L'estate stava...
...per finire. Mentre le mie vacanze erano già andate da un po’. Avrei voluto ripartire subito, per una meta a caso. Andare all’aeroporto, guardare il tabellone delle partenze e il primo volo disponibile sarebbe stato il mio. L’importante non era la meta, ma il partire. Le mie vacanze con Elena del resto, erano state una tortura. Un’intera vacanza, passata a cercar di capire quanta passione ci fosse tra lei e il simpatico giornalista. Praticamente, ero in vacanza con un’amica che fino a cinque giorni dalla partenza era stata la mia fidanzata. Poi è arrivato Cromagnon e il sentimento d’amore è sfumato in amicizia. O meglio, un amore travestito da amicizia. Una vacanza ridicola, fatta di mille parole e di troppi silenzi. Ridicola, come i nostri arrivi nei vari hotel dove avevamo una prenotazione. Arrivavamo in due, chiedendo due singole. Neanche fossimo nell’ottocento. Ognuno nella sua camera, ognuno con la sua intimità. Lei passava le notti al telefono e io ad ascoltarli da dietro la porta. Anche di giorno non faceva nulla per non farmi arrabbiare. Erano minuti di serenità e di sorrisi, contro ore di musi lunghi e turbamento sentimentale. E sembrava tutto perfettamente calcolato, neanche ci fosse una telecamera puntata su di noi. I sorrisi venivano sempre interrotti dalle telefonate di PierFrancesco che, a più riprese, nell’arco della giornata, si palesava al telefono. Rimanevo immobile e annichilito. Lei si allontanava da me, continuando nei suoi sorrisi, che a quel punto non erano più miei. E io, ripetitivo e automatico, vincevo l’immobilità, passeggiando nella direzione opposta alla sua. Sparivo, quasi o volermi far cercare. Come in una riappropiazione del suo affetto, nel sentire la mia mancanza. Ma, probabilmente, le facevo solo un favore. Fino a che, un giorno, il suo cellulare squillò mentre eravano in spiaggia in una riserva naturale. E quello squillò, che per l’ennesima volta mi tolse il sorriso, si portò via anche la voglia di stare lì. Di continuare a condividere quella vacanza tra “amici”. Lei si alzò, allontanandosi da me. Mi sentivo come se mi stesse lasciando una seconda volta, come se stesse girando il coltello nella piaga ormai intrisa di sangue. La vedevo ridere, passeggiando in riva al mare, accarezzando con i piedi l’acqua.Ogni suo passo lontano da me era una lacrima. Lacrime che non versai. Mentre la vedevo lontana presi lo stretto necessario, lasciai lì il resto delle mie cose e tornai in hotel a piedi. Saranno stati sette chilometri e me li mangiai tutti. La lascia lì da sola ad aspettare il mio ritorno. E io, più solo di lei, scappai da quel paradiso infernale. Era giunto il momento di tornare a Milano. Lasciare Elena sola. Fargliela pagare, in qualche modo, per il rispetto che non aveva nei miei confronti. Lasciarla lì sola e preoccupata ad aspettare "colui che non torna". Ma probabilmente non era così. Probabilmente era ancora al telefono con PierFrancesco e rideva con lui del fatto che finalmente si erano liberati di me. Del terzo incomodo.
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