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30° - Parcheggiai la macchina...

di Silvio Lorenzi (17/11/2006 - 12:43)

...alla milanese. Seconda fila, quattro frecce e via. Ero già in ritardo, e mi buttai dentro ad un' enoteca per comprare una bottiglia di vino da portare alla cena. E mentre passavo in rassegna con lo sguardo le varie bottiglie sullo scaffale, dietro di me, c’era una discussione in corso. – Questo vino è aceto, te lo ripeto. – Ed io le ripeto che non è come crede. Lo chieda a quei signori al tavolo, stanno bevendo quello che ho servito a lei e sono molto contenti.
– Ma quelli lì cosa vuoi che sappiano di vino, saranno tutti ubriachi.– Guardi, lo credo difficile, hanno iniziato a sorseggiarlo due minuti fa. - Ed io ti dico che questa cazzo di cosa che mi hai messo nel bicchiere, è aceto. Io me ne intendo, cosa credi. - Le sto solo dicendo che non può dire che è aceto, al limite mi può dire che non le piace. Intanto me lo paga, poi può dire tutto quello che vuole. Sono tre bicchieri e fanno quindici euro. – Cosa? Tu sei un truffatore, vendi questa robaccia e pretendi che qualcuno ti paghi per bere questa merda. - Guardi non le permetto di parlarmi così. Paghi quello che deve ed esca per cortesia. Il cliente iniziò ad alzare la voce, che iniziava a tremare più delle sue gambe. Nel frattempo io avevo scelto la mia bottiglia. – Io non ti pago niente. Sono cliente di questo postaccio da anni e quelli che gestivano questo posto prima di te, di vino se ne intendevano veramente. – Senta, il locale è pieno e non accetto critiche da lei. Paghi ed esca per cortesia. Io aspettavo immobile vicino alla cassa e vicino alla discussione, e mi resi conto che gli occhi e soprattutto le orecchie di tutto il locale erano concentrate su quello che stava succedendo ad un metro da me. – Facciamo così, lei non mi paga niente, ma se ne vada per cortesia, non ho più voglia di discutere. Il barcollante cliente con un gesto scoordinato, prese in mano due dei tre bicchieri, e nel cercare di svuotare il vino in faccia al gestore, se ne rovesciò uno sui piedi e l’altro non si sa per quali sconosciute forze fisiche, sui miei pantaloni beige. Che presero subito un bel colorito violaceo. Ora sembravano un paio di pantaloni della mimetica militare. Rimasi inebetito e incredulo. Il mio sguardo andò per cinque secondi fisso sui miei fantasiosi pantaloni, per altri cinque a fissare il vuoto, e per dieci a fissare la faccia dell’allegro cliente a cui sembravano aver tolto la percezione del mondo. Ci fissammo immobili, poi lui girò lo sguardo verso il barista, ed infine non sapendo cosa fare si diede alla fuga. Ed il mio sguardo fermo, a quel punto era per tutto il locale, che tra risate ed incredulità aumentava gradualmente il rumore di fondo, che fino a pochi secondi prima era nullo. Non ebbi la forza di dire niente, se non: - Quant’è per questa? – Guardi lasci perdere, glielo offro io e mi scusi. E senza aggiungere una parola tornai verso la mia macchina lampeggiante su tutti gli angoli. Tirai fuori dalla tasca dei fazzolettini, come a cercar di togliere senza riuscirci, anche una sola goccia di vino. Ed ora?! Ero già tardi, mi ero pure vestito bene perché mi dovevano presentare una ragazza, che a detta delle mie amiche sembrava nata per me, ed io ero fradicio di vino. Ma vaffanculo, ci vado così, cosa sarà mai, qualcuno almeno riderà. Mi ero giocato un paio di pantaloni per una bottiglia di vino. Ma mio padre avrebbe saputo far di meglio.

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