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IL LIBRO

di Silvio Lorenzi (11/08/2008 - 19:14)

Dopo il successo del blog letterario www.asdrubale.com Silvio Lorenzi esordisce in libreria con “Il mio ultimo anno di giovinezza”. Lulu editore - 196 pagine - 12 euro.

Raccolta ragionata e non dei capitoli elettronici, che  mischiati tra loro restituiscono al lettore il percorso di Asdrubale Barca verso i trent’anni. Un anno di vita tra ironia e dolce tristezza. Un romanzo che segna, per alcuni, l’inizio di una nuova onda nella letteratura italiana.
 

Asdrubale Barca attende che il destino gli restituisca ciò che sapientemente ha saputo togliergli pezzo dopo pezzo. E si aspetta che la vita gli renda tutto, compresi gli interessi maturati. Malamente gli ha tolto una fidanzata e dolcemente gliene ha restituita una nuova e migliore. Gli ha regalato un’amante, ma gli ha rubato l’amore. Gli ha sottratto il sogno di scrittore osannato da tutti e gli ha donato un lavoro che non è il suo. Fa conti per gli altri, ma i suoi non tornano mai. Prende pugni per i suoi sbagli, ma non concede carezze. Corre per dimenticare e beve per ricordare. Fa docce per ripulirsi ma si sente sempre sporco per quello che fa, dice e pensa. Ha quasi trent’anni ed è nel suo ultimo anno di giovinezza. 

 Silvio Lorenzi “Ero molto scettico riguardo ai blog, ormai tutti ne possedevano uno. Alla fine mi sono omologato. Nonostante quel che si dice, c’è ancora molta voglia di comunicare. Iniziai mettendo cose che avevo già scritto. Poi sentii l’esigenza di raccontare una storia nuova ogni giorno. Pezzi di vita, storie inventate e storie semi vere. Non mi aspettavo tutto questo successo. Successo per modo di dire, comunque un bel ritorno in termini di partecipazione. Ogni giorno gli utenti aspettavano la continuazione della storia. Bello, è stato divertente. Anche perché ho scritto tutti i giorni. E’ stato un utile esercizio di scrittura”.

 
Silvio Lorenzi ha 34 anni lavora nel settore Radio-Televisivo come Coordinatore operativo di palinsesto. Vive a Milano vicino ad un parco e come il protagonista del suo libro in quel parco ci corre.

Il suo libro è disponibile in libreria e su www.lulu.com/content/2534587

 
Silvio Lorenzi – Il mio ultimo anno di giovinezza  - Lulu editore

Romanzo 196 pagine  12 euro  - ISBN 978-1-4092-0571-5

Per info : silviolorenzi@asdrubale.com

               : info@asdrubale.com

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018- Non scoprii le...

di Silvio Lorenzi (28/04/2008 - 13:36)

...mie carte. Ero lì per caso e non per lei. Almeno questo era quello che doveva sembrare. Una serata come le altre, con persone più o meno interessanti. Ma io dovevo solo mettere le basi per portarmi a letto Paola. Che messa così uno si potrebbe chiedere, come si fa? Non c’é una prassi per fare del sesso con una ragazza, capita e basta. E non capitò quella sera. Devo dire la verità, dopo averla conosciuta, Paola mi piaceva veramente. Mi raccontò le sue vicissitudini amorose. Che tra le altre cose conoscevo bene. Ma facevo finta di niente. Ed eccoci lì, i due delusi dall’amore. E le nostre delusioni erano al lago quel weekend, in un hotel cinque stelle. Cose da pensionati. Era proprio triste povera ragazza. Come se io non lo fossi. Più mi raccontava di lui e più mi incazzavo. Cosa cavolo ci trovava Elena in quello lì.  Ed io ci trovavo molto in Paola. La ascoltavo e sembrava di sentire la mia storia al femminile. Uscimmo da soli sul terrazzo. Faceva un caldo boia. Il mio cellulare squillò in perfetto sincronismo per interrompere quell’idillio. Più la guardavo e più mi piaceva, forse intenerito dalla nostra comune delusione. Aveva dei jeans che le sembravano cuciti addosso, una canottiera in difficoltà nel contenere il suo seno e i capelli neri le coprivano le spalle. – Scusami un secondo Paola. – Pronto! –Ciao Asdru, sono Elena. Mi allontanai. – Che c’è? Dissi scocciato. – No scusami ti volevo chiedere una cosa. – Eh, dimmi! – Ma in questi giorni sei entrato a casa mia? – Cosa? – Sei venuto qui, quando io non c’ero? – Ma che cavolo dici? Va bene che non sono molto equilibrato ultimamente, però questo mi sembra troppo. – No, è che magari volevi riprenderti le tue cose. – Guarda, quelle cose portale alla Caritas, che così magari qualcosa di buono salta fuori da questa situazione. – Sicuro, che non sei entrato? – Ancora! No! Ma cosa ti salta in mente. E poi non ho più le chiavi di casa tua, non te lo ricordi, te le ho ridate. – No, non me lo ricordo. Scusami è che stanotte ho trovato la porta d’ingresso spalancata e mi sono spaventata. – Ma ti pare che potrei fare una cosa del genere? Si vede in fondo nonostante tutto non mi conosci. – Va bene lascia stare. Come stai? – Bene sono ad una festa a Bologna. – A Bologna? E come mai lì? – Perché la festa e qui. E perché se no? – Va bene scusami allora. Ti lascio alla tua festa. – Ciao. Come finì la telefonata cercai di riportare il mio cervello al punto in cui era rimasto, senza darle il peso che meritava. Intanto, il mio primo giudizio era stato affrettato. Paola era fisicamente in competizione con Elena. Una bella gara. Parlammo un sacco quella sera. Era come se ci fossimo solo io e lei in quella casa. Se fosse stato veramente così, saremo finiti a letto insieme anche se ero in piena fase Rewind. Lei aveva capito di piacermi e io avevo capito di piacere a lei. Quando le raccontai che anch’io da qualche settimana ero single, si incuriosì. Aveva parlato praticamente solo lei. Ora toccava a me. Arrivare con giri pazzeschi alla conclusione che casualmente quella sera io conoscevo lei che era l’ex fidanzata dell’attuale ragazzo della mia ex fidanzata. E lei senza rendersi conto che la cosa era un po’ pilotata da me, rimase immobile a pensare ai casi della vita. Anche se non era un caso che io fossi li in quel momento. E cosi iniziammo a comporre insieme il nostro puzzle. Tutto combaciava manco a dirlo. Nessun dubbio da parte sua, anche se era impossibile non averne. Ma forse faceva finta di niente. Come si fa a credere al caso. Io di Milano ero fidanzato con una ragazza che mi tradiva con un tipo di Ferrara che faceva il giornalista e stava con una ragazza di Bologna che quella sera avevo incontrato a casa di un amico comune, che casualmente conosceva entrambi. Com’é piccolo il mondo. Beh alla fine era proprio un caso. L’unica cosa era che Giuseppe era stato il punto d’incontro delle nostre storie. Uno va a una festa racconta a una ragazza che la fidanzata lo ha lasciato per un altro e a sua volta lei gli dice che il suo fidanzato l’ha lasciato per un’altra. E quei due altri ora stanno insieme. E a complicare tutto é che queste due coppie vivono in città diverse, ma il caso aveva voluto così. Mi piaceva un sacco, anche se aiutato, quel destino che ci aveva fatto incontrare. E l’essere accomunati da questa comune delusione ci avvicinava. Avevamo parlato per ore e gli amici piano piano se ne erano andati a casa. Erano le quattro e se ne andò anche Paola dopo avermi lasciato il suo numero di cellulare con un invito a cena per la sera successiva. Era passato poco più d’un mese da quando Elena ed io ci eravamo lasciati, o meglio mi aveva lasciato, e la sera successiva avrei consumato la mia prima cena insieme ad una ragazza che in qualche modo mi interessava. Escludo logicamente le mie amiche che per sere intere ho tediato davanti a pizze e cene con i miei discorsi da cuore infranto. L’unico interesse in quei casi era lo sfogo fine a se stesso. Chissà che palle per loro. Ma non lo davano a vedere.

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017 - Vaffanculo Elena, tu...

di Silvio Lorenzi (14/03/2008 - 12:28)

...e il tuo amato Pierfrancesco. L’unica persona che sotto i trent’anni riesce a fumare due o tre pacchetti al giorno di Marlboro Rosse, essere venticinque chili in sovrappeso e non aver ancora capito come ci si veste. Uscii di casa con quel sorriso stampato in volto, lo stesso che avevo quando mi resi conto di essere innamorato di lei, anni prima. E chi mi conosceva bene si accorse subito che qualcosa era cambiato in me. Non valeva più la pena star male per quella li. Tanto di cappello per Elena medico. Era bravissima. Ma come persona aveva perso ogni mio tipo di rispetto e questo credo l’avesse capito dopo tutte le cavolate che avevo fatto in quelle settimane. Ed erano tante. Ma tutte dettate dalla delusione e dall’incapacità di saper gestire la propria persona in quelle situazioni. Mi resi conto che se in qualche modo non fossi riuscito a vivere del mio scrivere, avrei sempre potuto fare l’investigatore privato. Perché é un po’ quello che feci dopo che lei mi lasciò per il mitico. Basandomi sulle poche informazioni che ero riuscito a estorcere ad Elena, ero riuscito a sapere tutto di lui. Che scuola aveva fatto, che università, qual era la sua casa, quali le su ultime fidanzate, i suoi locali preferiti, gli amici, i vizi. É incredibile alle volte quanto sia piccolo il mondo. Aveva studiato a Bologna e così dei miei cari amici che conoscevano sia lui che me. E conoscevano bene Paola la sua ultima fidanzata, che sarebbe dovuta diventare sua moglie, ma un mese prima del matrimonio lui fece un passo indietro e la lasciò. La lasciò prima che lei scoprisse le sue frequentazioni segrete. Diceva agli amici che l’aveva lasciata perché lei aveva un amante, ma era giusto il contrario. Lo sapevano tutti, tranne la sua futura moglie e la sua nuova fidanzata. E così passava per il deluso d’amore, che fa sempre la sua figura. Invece era solo una maschera. La cosa non mi dispiaceva, perché ad un certo punto, pensavo, anche Elena verrà travolta dal treno della delusione. Era un pensiero cattivo, ma in quel momento era quello che volevo. Paola non era certo Elena in quanto a bellezza e personalità, ma valeva la pena portarsela a letto, più che altro per soddisfazione personale. Era stata con Pierfrancesco per anni. Si erano conosciuti ai tempi dell’università alla facoltà di giurisprudenza e si erano innamorati l'uno dell’altra. Non so cosa trovò Paola in lui e mi chiesi la stessa cosa per Elena. Ma posso immaginare cosa trovò lui in lei, soprattutto qualche anno prima. Paola aveva due labbra che non potevi far a meno di baciare, così come i suoi seni in quella terza così tonda. Un viso semplice, con due occhi neri come una notte senza luna. Era quel che si dice una ragazza a modo e di buona famiglia. Era agosto e a Bologna non si resisteva per il caldo che ti asciugava dall’interno. Il mio caro amico Giuseppe organizzò una cena a casa, con gli amici che già erano tornati dalle vacanze. Tutti pronti con le loro foto per far capire quanto bella fosse stata la loro estate al mare. E quindi Corsica, Eolie, Grecia, Sicilia e qualche impavido Sharm ad agosto. Giuseppe veniva all’università con me. Abbiamo fatto un anno insieme, poi si trasferì a Bologna per studiare Astronomia. E li era rimasto. Ora fa l’assistente in facoltà e nel suo giro d’amicizie universitarie rientrava anche Paola che era la coinquilina di una sua cara amica. Un giro assurdo, ma che in qualche modo ha portato in contatto me e Paola. Giuseppe conosceva anche Pierfrancesco, ma non lo digeriva. Era un montato, diceva. E cosi quel sabato 23 agosto conobbi Paola.

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016 - Stava ormai sfumando...

di Silvio Lorenzi (13/03/2008 - 11:35)

...un’altra stagione e con lei anche l’amore che forte avevo sentito fino a quel momento per Elena. Non é una cosa che puoi decidere. Succede e basta. Una mattina ti svegli e non te ne frega più niente. Niente. Nulla. Ti guardi allo specchio e dici: -Vaffanculo, e tutto svanisce. Non che sia così facile, perché non riesco neanche a contarle le volte che guardandomi allo specchio ho esclamato vaffanculo.
Non funziona proprio così. Non basta dirselo in faccia. É un po’ quello che succede quando ti innamori. Sono due cose opposte, ma con stesse modalità. Improvvise, questione di attimi, secondi, forse anche meno. E così iniziò una mattina all’apparenza uguale alle altre. Uguale nel risveglio nella colazione, ma diversa nello spirito. E quella parola cambia in un attimo tutto. Dopo esserti guardato allo specchio, esci dal bagno e la casa é invasa da colori che negli ultimi mesi avevi dimenticato. Quel monocromatico grigiore che avvolgeva ogni cosa, e soprattutto i ricordi vivi di lei, si trasformano in una primavera autunnale. Vaffanculo non me ne frega più niente. L’amore che provavi per quella persona che non sa cosa sia il rispetto per il prossimo, muta in ricordo. Niente amore solo affetto. E non per lei, ma per la nostra storia. E così quel caffè aveva quella mattina un sapore diverso come quegli squallidi biscotti inglesi Digestive, che non so neanche perché li compravo. Forse perché nel carrello della spesa facevano un po’ alternativo. Il vizio, forse, é lui quello che gestisce certe mie scelte. Soprattutto al supermercato. Il mio carrello é come se fosse programmato da un computer, sapeva già cosa avrebbe dovuto contenere. Sicuramente una bottiglia di Macallan dieci anni, anche perché faceva un po’ scrittore maledetto. E tutto il resto. Olio extra vergine d’oliva del Trapanese, burro della provincia di Cremona, prosciutto crudo del Friuli, vino piemontese, pasta di Fara di S.Martino e cioccolata cento per cento cacao al peperoncino. E poi andavo alla cassa e ogni volta avevo un mezzo tracollo. Era incredibile come ogni mese, nonostante tutto, riuscissi a togliermi i miei vizi più che dispendiosi, nonostante non potessi permettermelo. Avevo la capacità di spendere più di quanto guadagnassi, e nonostante tutto, rimanere sempre a galla. Non ho mai capito come facessi. Riuscivo addirittura a spendere dei soldi che ancora non avevo guadagnato. La finanza creativa era quella che mi salvava. Cose da Guinness dei primati. Odiavo il risparmio fine a se stesso, e questo era intuibile.

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015 - Quando ci amavamo...

di Silvio Lorenzi (11/03/2008 - 12:43)


...parlavamo un sacco. Un po’ come faceva lei quest’estate al telefono ogni notte con lui. Il fantastico giornalista. Che palle. Poi lui le scriveva i messaggi. Ciao amore hai sentito cos’ha detto il Ministro Pinco Pallino, é un pazzo. Ti amo a dopo chiamami il prima possibile, mi manchi sono già 5 min ke nn sento la tua voce. Ciao cucciolo?! Cucciolo? Ma c’hai trent'anni. E poi chi cazzo se ne frega del Ministro Pallino se il problema é che ho voglia di sentirti. Siamo in un’isola sperduta io e lei, non leggiamo un giornale da una settimana che cavolo vuoi che abbia sentito quella stronza del tuo cucciolo. E poi basta scrivere i messaggi in forma contratta come i ragazzini. Va beh, lasciamo perdere. Dicevo: tu nella vita che vuoi fare? E qual è la risposta giusta? Uno se la sapesse con certezza risponderebbe subito, questo o quello. E invece così devi stare lì a fare discorsi lunghi e inutili per giustificare a lei e a te stesso il fatto che non  c’é nulla di chiaro nella tua mente rispetto al tuo futuro. E devi farcire le tue frasi con qualcosa che sembri in qualche modo sensato. Un discordo che fila diciamo. Sapevo bene che sarebbe stato qualcosa che mi avrebbe impegnato mentalmente, qualcosa di creativo. Ma che capacità avevo sviluppato in quegli anni per dare vita a quel futuro “artistico”. E la conclusione di tutto quel discorso fu:     -Sai Elena in fondo io credo di voler fare quello che sto… facendo. La banca é grande e un giorno potrei essere un direttore di filiale, basta impegnarsi.  Credo di averne le capacità. - Ah va beh, se ti va bene così, sono contenta per te, ma fino ad un mese fa a momenti avresti voluto licenziarti da un giorno all’altro perché dicevi che non era il lavoro che faceva per te. Ah cazzo é vero! Dissi tra me e me. –No, ma sai c’ho pensato bene, era solo un momento no, capita. Non era per niente convinta. Del resto non lo ero neanche io. A volte avevo quella caparbia capacità di saper mentire a me stesso. Avrei cambiato lavoro da un giorno all’altro. Ma lì dov’ero mi pagavano bene e non avrei avuto facilmente lo stesso trattamento altrove. E poi oltre la banca e quel lavoretto in radio, di cosa ero capace? E così ci rimanevo solo per soldi. Anche se, chissà perché, non mi bastavano mai. Ma uno deve essere per forza ambizioso? Non si può star lì a fare il proprio lavoro in santa pace senza pensare sempre in grande?! Una persona avrà pure il diritto di fare l’impiegato senza dover per forza aspirare a diventare un giorno un manager dell'azienda per cui lavora. La mattina ti alzi alle sei e trenta e alle otto sei in ufficio, ci rimani otto, nove ore e poi a casa, così dal lunedì al venerdì e poi magari ci torni il sabato mattina per fare un po’ di straordinari per  toglierti qualche sfizio. Anzi quasi quasi vado all'università a dare quei due benedetti esami, preparo la tesi e dopo la laurea torno nella mia banca a fare quello che faccio. Che c’é di male? E mentre sono lì che lavoro tutto il giorno, di notte studio per fare la seconda laurea. Mi laureo e non mi muovo. Fermo, come prima. Del resto non potevo essere contento così?! Mi sarei potuto dedicare ad altro e non al lavoro. Non mi sentivo in missione per conto della mia banca. Mannaggia a quella volta che vinsi quel premio letterario. É stato lui a cambiare le carte in tavola. Piuttosto invece di parlare d’ambizione, dimmi che credi molto in me che devo puntare più in alto perché ho delle grandi capacità che non vanno sprecate. Ma sarebbe stato troppo. Forse l’avrebbe anche detto, se quelle capacità io le avessi avute veramente. – Sai, io devo stare con una persona che mi stimoli mentalmente, ho voglia di fare tante cose andare a teatro, al cinema, leggere… - Mentre noi che facciamo scusa? Cioè, fammi capire, quando leggo mi dici che leggo sempre e non parliamo, se parliamo vuoi leggere tu. –Ma no, è che… -Che cosa? Andiamo al cinema almeno una volta a settimana, a teatro ok meno perché a me non fa impazzire. –Eh ma poi anche vediamo poco i nostri amici… – Che poi sono tuoi colleghi. Che vediamo poco perché tu ultimamente praticamente lavori sempre. Allora due sere a settimana non si esce perché finisci di lavorare all’una di notte, altre due non si fa niente perché inizi alle cinque del mattino, hai un weekend libero ogni tre settimane. Senza contare che quando sei un minimo libera devi scrivere mille pezzi per le tue collaborazioni con Zadig e dare qualche cambio turno a qualche tuo collega incamiciato. Fatti quattro conti!? – Beh lo so, anche tu hai ragione, ma che devo fare, devo rinunciare al mio lavoro?! - No, e non te lo chiederei mai visto che é la tua vita, e ho sempre accettato tutto di te, e so quanto sia importante. Ma devi considerare che le giornate durano ahimè solo ventiquattro ore e a qualcosa bisogna rinunciare. E infatti neanche a dirlo dopo un mese rinunciò a me. Già non mi amava più, ma non aveva il carattere per dirmelo. Avrebbe voluto lasciarmi quel giorno lo so, ma non lo fece. E non so perché, sarebbe stato il momento giusto. Ma é sempre difficile lasciare una persona per nessun altro. Ma era solo questione di settimane.

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Il mio ultimo anno di giovinezza