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013 - Facevo quello che...

di Silvio Lorenzi (25/02/2008 - 12:48)

...volevo, scrivevo. Ma nessuno ancora mi pagava per questo. Tiravo avanti con i soldi che mi erano rimasti sul conto corrente. C’è sempre qualcosa che non va nella mia vita. Prima facevo un lavoro che non mi piaceva, ma guadagnavo dei gran soldi, ora faccio ciò che mi piace, ma non guadagno. Cavoli ma non c’è un bel bonus da giocarsi in questa vita. Ad un certo punto uno si rende conto d’aver sbagliato qualcosa e… - Allora guardi mi gioco il bonus, ok? Già mi vedevo di fronte al Mike Buongiorno di turno, che ritira il bonus e in cambio ti fa girare la ruota. E via la seconda possibilità, compro una vocale, prendo qualche punto e sono a posto. E invece no, non c’era una scappatoia così semplice. Rientravo nella statistica di quelli che non arrivano alla laurea. Ma ancora poco e ci sarei uscito da quel giro di statistiche per giovani, perché quando compi trent’anni ti fanno fuori anche da quelle. E così la dicitura diventa: I GIOVANI TRA I 15 ANNI E I 29 ANNI… Comunque in qualche modo lasciano aperto un minimo di speranza. Perché  vuol dire che esistono altri tipi di giovani. I giovani tra i trent’anni e i…? La mia vita era un po’ come il mio leggere libri. Non riuscivo mai a leggere un libro per volta perché arrivato a metà di uno, mi veniva voglia di iniziarne un altro e un altro ancora e così quasi le trame si mischiavano. E se i tre libri erano tre capolavori quello che leggevo io era stupendo. Era un capolavoro alla terza. Ho letto tantissimo in questo ultimo anno. Ho recuperato il tempo perso negli ultimi anni. Meno di un libro al mese. Pessimo. Ora almeno uno alla settimana. L’essere fidanzato in qualche modo non mi lasciava spazio per le cose che mi piacevano veramente. Lo scrivere poi. Elena non ha mai creduto in me. Leggeva le mie cose e rideva. E non apprezzava mai ciò che leggevo io. Se leggevo i libri di storia mi diceva che avrei dovuto leggere un romanzo ogni tanto. Se leggevo un romanzo dovevo leggere il giornale. Se leggevo il giornale un bel libro di storia non mi avrebbe fatto male. Ogni tanto poi appariva all’improvviso con quei fogli in mano per cercare di capire se le cose che scrivevo erano vere. Ma lei era troppo razionale. Non poteva credere che una persona potesse inventare una storia di sana pianta, soprattutto se quella persona ero io. Una cosa che sembra reale, ma che non lo é. Odiavo quella sua domanda. Ogni tanto entrava in crisi. E sparava sempre quella frase. Poteva chiedermi tutto. Ma non farmi una domanda a cui non avevo risposta e lo sapeva. Ma credo lo facesse apposta. Lei medico e donna di certezze con una vita calcolata nei minimi dettagli e nulla lasciato al caso. Che palle. E cosi a metà giugno rieccola all’attacco.
- Ma tu nella vita cosa vuoi fare? Ma vi sembra una domanda da fare ad un uomo o meglio ragazzo di ventinove anni? Come si fa a rispondere a una domanda del genere. Non è una domanda, è una tortura. Ma io dico, per forza dovevo sapere in quel momento ciò che avrei voluto fare tra dieci anni? No. In realtà odiavo quella domanda perché già me la facevo tutti i giorni da solo. Figuriamoci sentirsela ripetere in tono polemico. E poi non vado bene così? Per forza uno nella vita deve fare il medico, l’avvocato o l’ingegnere. Forse con uno come me alle sue cene non faceva poi una gran figura, pensava. Ma cosa ne sapevano i commensali di Nietzsche, di Hofmannsthal, di Dostoevskij, di Rimbaud? Erano solo capaci di commentare, facendo solo tanta scena, le notizie degli ultimi giorni. O parlare di politica senza conoscere la storia. Ma lasciamoli parlare. Avrei dovuto fare anch’io il calciatore, come il mio caro amico Pierluigi. Mi sarei intascato dai cinque ai dieci milioni di euro all’anno e me ne sarei stato con una velina che fa poche domande e pensa solo ad apparire . Un po’ di leggerezza ogni tanto non guasta. E poi sarebbe stato più facile per me fare lo scrittore a quel punto. Qualcuno raccoglie le tue frasi, anche senza senso, e via cinquecentomila copie. Meno stress. D’estate finisce il campionato e non devi star lì a pensare dove andare in vacanza. La scelta si riduce a pochi posti. La Sardegna, Formentera e quello schifo di Milano Marittima. Bello bello me ne stavo li in spiaggia tutto il giorno, ogni tanto un bacio ad Annarita e il gioco era fatto. Copertine e quant’altro. Il pomeriggio in giro a spendere cinquemila euro in vestiti e la sera cenetta da cinquecento euro in due nel solito locale dove passo la serata con i soliti personaggi dello spettacolo. E Annarita sarebbe contenta così. Senza ogni mese ribadirmi il fatto che parliamo poco. Che poi, non ho mai capito la differenza tra parliamo poco e non ti amo più.

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