007 - Quello che guadagnavo...
...con il mio lavoro in banca non mi bastava mai e così ecco che arriva un secondo lavoro. Più che altro mi dava l’illusione di fare qualcosa che veramente mi piacesse. Anche perché, sinceramente, ogni mattina quando entravo in banca e mi sedevo al mio sportello, provavo come la sensazione di trovarmi in un non luogo o meglio non il mio. Ero lì da anni non si sa per quale posizione degli astri. Non c'entravo veramente niente. Quando era un ragazzino pensavo che le persone che lavoravano in banca avessero fatto che ne so, ragioneria o economia all’università o qualcosa che avesse attinenza con il fare due conti e qualcosa in più. Invece non era così o almeno non era il mio caso. Durante il periodo universitario tra gli alti e bassi del mio rendimento mia madre mi spingeva sempre a cercarmi un lavoro. A lei non interessava che io finissi l’università. O meglio pensava che l’avrei potuta finire lavorando. E comunque l’idea di avere quattro soldi miei in tasca non mi dispiaceva. E così salta fuori un concorso. Di quelle cose tipo trecento persone per due posti in una banca tedesca, e tra quelle due salta fuori il mio nome. Metà di me voleva vincerlo e l’altra ne sarebbe rimasta volentieri fuori. E in questo dualismo arrivo terzo. Ma poi uno dei primi due lascia il colpo per un altro lavoro. E con un umiliante ripescaggio vengo assunto. Un po’ come quelle cose che succedono solo nel calcio. Mi sentivo come il Treviso. Volevo andare in serie A, ma non faceva per me e allora in qualche modo faccio decidere agli altri. O meglio al destino. A cui credevo solo quando mi serviva una spiegazione ai fatti negativi della mia vita. -Doveva andare così, era proprio destino. O più che altro era una speranza. Perché credevo, che ciò che il destino ti toglie il destino ti restituisce. Magari con gli interessi.



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