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Shuffle - 2

di Silvio Lorenzi (12/06/2007 - 19:59)


Capii che la relazione con Paola era qualcosa di serio quando le mie cose divennero sue e viceversa. Quando il plurale divenne d’obbligo nei nostri discorsi. Quando iniziai a mettere dei confini a tutto. Limitai anche gli amici, che selezionai con cura. Ora ero di nuovo dall’altra parte. Dalla parte di quelli che non sono single. E così, per magia, iniziammo a frequentare solo coppie. Anche se qualche single qua e là lo raccattavamo. Del resto si sa, il single è colui che anima le serate tristi delle allegre coppiette. Paola la conoscevo da pochi mesi, ma sentivo che la persona giusta era lei. E mentre non avevamo mai parlato di convivenza, dopo poche settimane parlavamo di matrimonio. – Amore ci sposiamo a dicembre? – Ma, è dicembre! – No, dell’anno prossimo volevo dire. Bastava contare trecentosessantacinque giorni e mi sarei ritrovato sposato. – Che ne dici dell’anno dopo? – Sì forse hai ragione, non vorrei correre troppo. – Tanto, più di così… Poi più che altro per una questione economica. Mi trovo un po’ impreparato in questo momento. – Beh, che ci serve? – La casa già c’è. – Certo la mia. Pensai. Ma del resto non sarebbe cambiato niente rispetto a quel momento. Solo un paio di firme. E poi finalmente una volta tanto mi sarei riallineato alle statistiche dei miei amici. Che al primo figlio avrei ridotto ulteriormente. La coppie frequentano coppie, le coppie con figli frequentano le coppie con figli. E come un flash mi apparvero delle monotematiche domeniche pomeriggio. Fatte di tè con i biscotti della pasticceria sotto casa. Di pannolini e di discorsi su quanto dorme la notte il pupo. – Ma com’è bravo. Non dice niente e così tranquillo. Come siete fortunati, la nostra non ci fa dormire. Però ha otto mesi e già parla e cammina. Perché quando fai un figlio, parte la gara. – Il mio ha iniziato a parlare a quattordici mesi, una settimana, tre giorni e tredici ore. – Che bravo, lei inizia a dire le prime parole ora. Pensa che ieri durante la festa per i sui quindici mesi, mentre prendeva la rincorsa per saltarmi in braccio mi ha detto - Papà prendimi supercalifragilistichespiralidoso. Che tradotto, mentre la bimba a mala la pena gattonava, avrà detto: Baa-ba. É una cosa che non capivo e non comprendo tuttora. Quella gara ingiustificata su chi ha il figlio più precoce. Ma in quel momento c’ero lontano. Anche se, dopo pochi mesi con Paola, nei nostri continui shula bula*, i nomi per gli eventuali figli erano già più o meno definiti. L’amore per lei cresceva proporzionalmente al tempo trascorso insieme. Sentivo di amarla come mai mi era successo. E finalmente quella mia vita senza senso apparente, prese la direzione giusta. Non avevo più bisogno di riempirmi la testa di idee di cambiamento, di scrivere qualcosa di sensato, di aspettare che qualcuno si accorgesse che in fondo c’ero anch’io. Bastava lei. A completare la mia esistenza. Con la dovuta pazienza sarebbe arrivato anche il matrimonio. Paola dopo sei mesi iniziava a fantasticare concretamente. Cosa serviva per coronare quella nostra unione? Se fosse stato per me sarebbero bastate poche cose. Un comune, un po’ di amici e qualcosa da mangiare. Ma sarei dovuto scendere presto a compromessi. Il comune prese le sembianze di una cattedrale, gli amici divennero molti e le due fette di torta sarebbero diventate un ristorante della guida Michelin. Passi per il resto, ma la chiesa la volevo scegliere io. Sentivo che l’unico prete che avrebbe avuto l’onore di farci da cerimoniere sarebbe stato Don Giuseppe. Era il parroco di una piccola chiesa vicino alla casa di mia madre. Rimbalzò agli onori della cronaca, con tutto il mio apprezzamento, quando esasperato da due piccioni che svolazzavano in chiesa da settimane, prese un fucile da caccia e gli sparò. Come avrebbe fatto un cacciatore in aperta campagna con un fagiano. E ogni volta che entravo nella sua chiesa, non potevo far a meno di alzare gli occhi verso la volta, per scorgere le due rose di pallini che avevano lasciato il loro segno. Quasi fossero due affreschi di Tommaso di Cristoforo Fini. Dopo il fattaccio, fu rimosso dall’incarico e mandato altrove. Ma poi fu rimesso al suo posto. La comunità, come si dice, era divisa tra chi aveva ricevuto un regalino di merda dall’alto e chi non riusciva a comprendere il gesto. Io, sorridevo e basta senza giudicare. Immaginavo solo la scena, di quelli che uscivano di casa con il loro vestito della domenica per farci ritorno arricchiti di qualche ricordino maleodorante. E poi Don Giuseppe. Le aveva provate tutte. Lasciava aperte le porte. Inseguiva i piccioni con la scopa. E loro rimanevano lì, pronti a dare il meglio di sè in testa alla gente. Di tutto quel casino la cosa più strana mi sembrava il dove aveva trovato un fucile da caccia a Milano o meglio che cosa se ne faceva. Forse la Curia dotava le parrocchie di un fucile per far fronte ad emergenze come quelle. Comunque era Don Giuseppe o meglio come dicevano i giornali locali “Il prete cecchino”,  la persona giusta per celebrare il mio eventuale matrimonio. Ma niente, la proposta fu bocciata. Una chiesetta della provincia bolognese sembrava più adatta. Cedetti anche sulla data. In fondo il mio procrastinare l’evento era una banale scusa per non prendermi l’impegno, nonostante sentissi che Paola era la persona con cui volevo creare una famiglia. Così trecentosessantacinque giorni mi sembravano un tempo adeguato. Il tempo per riordinare la mia vita. Ma senza tanti fronzoli e discussioni con gli amici già sposati o in procinto di farlo sulle nostre scelte per la cerimonia. In fondo, non c’era una data. Ma solo divagazioni di due innamorati. L’anello era ancora lontano dall’arrivo. Probabilmente ne parlavamo solo per dare concretezza al nostro rapporto.

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