Shuffle - 1

Avrei voluto mio padre con me e lui era lì. E i nostri cromosomi si chiamarono. Il padre che avevo in me e il figlio che aveva in lui si telefonarono a nostra insaputa. Era arrivato quando avrei voluto. Mi resi conto soltanto in quelle lunghe settimane passate al lago di quanto fossimo simili, seppur nella nostra diversità. Eravamo divisi dalla fuga. Lui era rimasto fermo. E si era ritrovato con una famiglia che non aveva saputo gestire. Con un vizio che gli aveva portato via tutto. Per tutti era il professor Barca. Ma conoscevano solo le sue lezioni e non la sua vita, ben più complicata da esporre. Per me, era mio padre. E la sensazione di essere padre l’assaporai anch’io una volta. Anzi più di una. Ma una più di tutte le altre. L’occasione era simile: un ristorante, uno dei tanti in quel mio ultimo anno di giovinezza. Avrebbe voluto chiamarmi amore, ma disse solo Asdru, per attirare la mia attenzione, mentre eravamo seduti ad un tavolo di un ristorante francese. – Ho un ritardo di due settimane. Mi sforzai di non capire. Di far entrare quella frase dall’orecchio destro e farla uscire da quello sinistro. Come un colpo di vento che ti attraversa il corpo e non lascia il segno. – Cosa? – Le mie cose. – Quali cose? – Le mie cose, dico, sono in ritardo di due settimane e qualche giorno. – Ma Rita, sei sicura? – Ti sembra che potrei non accorgemene? – Che ne so! Non si sa mai. Nella mia testa intanto stavo già prenotando un volo per Rio. Lontano da tutto. – Ma scusa, non potevi dirmelo prima? – Al telefono non mi sembrava bello. – Quindi aspettavi di partorire? – E adesso cosa facciamo? – Rita, come cosa facciamo? Vedrai che sarà solo lo stress. Speravo lo fosse. – Ma hai fatto il test? Lei mi guardava, ma il suo sguardo non era per me. – Allora, hai fatto il test? Il mio sangue intanto si era rappreso come una frittata. – No, non l’ho fatto, ma me lo sento. – Cosa vuoi sentire? Sarà solo un normale ritardo. I suoi occhi erano diventati lucidi come la lama del coltello che avrebbe voluto farmi assaporare. Non era quella la scena che si aspettava per il concepimento di nostro figlio. Una scena senza amore. I suoi occhi erano sempre più lucidi, mentre la mia testa cercava il momento fatidico. Il momento dell’incontro dei nostri geni. Mi divertivo a divertirmi ed ora il divertimento era finito. Se avessi spento il cellulare quella notte, ora non mi sentirei padre. Ed Elena? Cosa le avrei detto? – Sai amore, aspetto un figlio da Mariarita? – Ah che bello, avete già pensato al nome? No, nulla di tutto questo. Avrei dovuto lasciarla. E ritrovarmi padre di un figlio che non volevo. Almeno non in quel momento e in quel modo. Magari sarebbe stata contenta e non avrebbe avuto il pensiero di come lasciarmi. Avrei fatto tutto da solo e le avrei fatto un favore. - Ma com’è possibile, siamo stati attenti? Vero Asdru, siamo stati attenti. – Eh sì, sì siamo stati attenti. Il mio cervello intanto continuava a ricostruire l’immagine dell’ultima volta. Era un sabato sera. Con Elena avevamo organizzato una cena tra amici a casa sua. Una serata piacevole, nonostante il monotematico parlare dei medici. Finita in orizzontale con Elena, appena gli amici se ne sono andati. E non mi ricordo per quale scherzo del destino quella sera non mi fermai a dormire da lei, come facevo spesso. Tornai a casa, in quella Milano tenuta ancora viva dalla notte. Accesi il computer per annotare qualche idea, traendo spunto dalla serata. Il mio cellulare si illuminò mettendo in risalto il nome di Mariarita. Le avevo detto più volte di non chiamarmi di notte, perché non sarei riuscito a mettere in piedi una scusa plausibile con Elena per quella chiamata. Ma Mariarita era euforica dopo una serata passata in discoteca con alcuni amici. E l’alcol le aveva fatto dimenticare le regole base del nostro rapporto. - Ciao Asdru, che fai, sei sveglio? – Ciao, Rita perché urli? Sono in giro con un po’ di amici. Disse sorridendo. Mi piaceva quel suo sorriso fatto di parole. – Sono sotto casa tua. Sei a casa? – Sì, ma ti ho detto un sacco di volte di non chiamarmi di notte. – Scusami, è che avevo voglia di sentirti. Sei solo? – Sì, solo con il computer e il mio Beethoven. – Dai allora ti passo a trovare. – Ma… - Dai, solo un saluto. Non riuscii a dire di no, mentre la sentivo salutare i suoi amici. Chissà cosa pensavano di me. Dopo due minuti la ritrovai di fronte alla porta di casa mia. Era qualcosa di stregante, chiusa nella sua gonna e con quelle gambe magre avvolte nelle autoreggenti. Qualcosa di bello. Di sensuale. Avrebbe potuto avere chiunque, ma scelse me. Mi saltò in braccio, come avrebbe fatto un bambino. Mi baciò mentre la sinfonia N.6 era in piena tempesta e faceva stridere i propri violini. E così era lei. Aveva voglia di me e non me lo nascondeva mai. Le sue gambe magre si facevano spazio tra le mie. Mentre le mie mani accarezzavano la sua pelle liscia come una ciliegia. Era tutta da mangiare, da assaporare. Qualche ora prima l’avevo fatto con Elena ed ora mentre la mia metà dormiva sola a casa sua, io mi completavo con Rita. Fino a che il sole non riprese possesso del cielo. Ricordavo solo l’eccitazione e non se avevo fatto qualcosa di sbagliato. Qualcosa per cui ora mi dovevo sentire padre. Ricordo poi di aver aperto il portafoglio per sfilarne una banconota da cinquanta per pagare il taxi che avrebbe riaccompagnato a casa Rita. Era un brutto gesto. Qualcosa che Rita non meritava. Mio padre invece, si sentiva padre con trent’anni di ritardo. Ed ora era a cena con uno dei suoi figli. Il più “strano” dei tre. Lo avevo pensato spesso in quelle settimane, ferme come il lago. Avevo avuto modo di riflettere sul nostro rapporto, su come in qualche modo gli sarei dovuto essere riconoscente. In fondo. Non lo giudicavo più. Lo vedevo solo come un padre. Il mio. Mi ero preparato un bel discorso. Una bella sequenza di parole da carie ai denti. Qualcosa che mandasse in sollucchero me, prima di lui. Qualcosa che non poteva non finire in un abbraccio. Ma l’abbraccio me l’ero già giocato. E ora tutte quelle frasi rimanevano nascoste, sotto le pietre del mio cervello. E tutto era come prima. Uno di fronte all’altro, in uno dei tanti ristoranti. E credo sia stato lo stesso per lui. Era venuto fin lì per sfoderare l’excalibur dei discorsi. Qualcosa che avrebbe cambiato il nostro rapporto, ma niente. Del resto non era mai stato un amico. Non era Gianluca, non era Carlo, ma solo mio padre. Quello che mi aveva portato via dai miei amici di infanzia. Quello che a poker si era giocato anche un pezzo della mia vita. Ma, nonostante tutto, il tempo aveva sedimentato una parte di vita che aveva coperto l’altra.



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