Repetita Iuvant - 7



Mi svegliai all’improvviso. Una forte nausea mi diede giusto il tempo di correre in bagno ad inginocchiarmi di fronte al water. E abbracciandolo come fosse una bella donna, gli regalai parte di me. L’alcol mi stava consumando dall’interno. Mi riaddormentai pochi secondi dopo, così com’ero, inginocchiato e vestito dei soli boxer, davanti al water, con la testa appog-giata al muro alla mia sinistra. E in quella posizione mi ritrovai senza capirne il perché dopo un tempo indefinito. Secondi, minuti, ore o giorni. Quel mio voler sentirmi scrittore mi stava togliendo la percezione del mondo. Che ormai era ridotto a quella squallida stanza d’albergo. Provai ad alzarmi senza riuscirci. Le formiche correvano dappertutto sulle mie gambe e me le immobilizzavano. Mi feci cadere di lato e mi trascinai fuori da quella stanza, mentre parte di me sembrava non appartenermi più. Gli impulsi che il mio cervello inviava alle gambe si fermavano poco prima di raggiungere la loro meta. Quei minuscoli postini correvano velocissimi dentro me senza riuscire a consegnare le loro buste. Migliaia di buste accatastate e abbandonate all’altezza dei miei boxer. E poi finalmente il piccolo Asdrubale che c’era in me, quel postino combattente, quel eroe dei due mondi, varcò le alpi delimitate da un elastico. E via giù verso lo stivale, verso le mie gambe. E lo sentivo combattere, passare la Gallia Cisalpina, il Po, l’Etruria, l’Umbria e sentivo i suoi elefanti che smuovevano i miei arti inferiori. E infine gli ultimi dolori all’arrivo sulla foce del Metauro. Ma mentre il mio piccolo capo postino aveva smosso metà del mio corpo, perdendo metà del suo, io finalmente riebbi il controllo, se pur instabile, delle mie gambe. Feci tre passi e riacquistai il possesso del letto. La stanza era un insieme di fogli di carta ordinati sulla scrivania, di fogli accartocciati intorno al letto, di bottiglie semi vuote sui comodini e di bottiglie finite intorno al cestino. Senza neanche rendermi conto del passar del tempo e se fosse giorno o notte, mi riaddormentai così, bocconi sul cuscino.
Bussarono alla porta. Ma non avevo neanche la forza di aprire le palpebre. Sembravano di piombo. Forse si erano bloccate. Ma da quanto tempo stavo dormendo? Ero morto? Avevo come la sensazione di percepire il mio corpo dall’alto di quella stanza. Insistevano. –Asdru, ci sei? Asdrubale, sono Carlo. Tutto bene? Rispondi Asdrubale. -Asdru, che succede? Con un pugno di farina in bocca risposi. – Ah, Carlo. Bene tutto. Stavo fornendo, stavo… stavo dormendo. - Ti serve qualcosa? Hai mangiato? Sollevai la testa e aprii gli occhi, mi sentivo come fossi sotto due metri di terra. Sotterrato vivo. Il buio e la pressione che immobilizzava il mio corpo. - Ehm, mi stavo alzando, ehm devo per fare ehm scendere per colazione.
- Sicuro tutto bene. Sono le dieci, quale colazione? Apri questa porta per piacere. - Carlo ok, tutto ok non preoccupare, non preoccuparti. A quel punto non sentii più nessun rumore arrivare da dietro la porta. Carlo se n’era andato. In qualche modo mi alzai. E lentamente la stanza si illuminava con la poca luce che filtrava dalle tapparelle. E iniziai a parlare da solo.
- Ma che ore saranno? Ah le dieci. Eh orologio, sono le dieci. É ora di alzarsi per mettere qualcosa sotto a i denti. La nausea era ancora desta e pronta a farmi tornare in posizione davanti al water, ma mi risparmiò. Alzai la tapparella. E la luce, che prima doveva farsi spazio per entrare nella stanza ora era libera di vagare per ogni angolo di quella camera. E quella luce, era quella dei lampioni sul lungo lago. - Ma il sole dove, dov’è finito. Dorme anche lui? É in ritardo però. E mentre straparlavo guardando fuori, si aprì la porta alle mie spalle. Era Carlo.- Cazzo che puzza. Disse. – Ma c’è un cadavere nascosto da qualche parte in questa stanza. Asdru che cavolo hai fatto? Porca troia che casino. Disse mentre sentiva i fogli di carta accartocciarsi sotto i suoi piedi. – No, tutto a posto. – Tutto, tutto a posto?! Sembra sia esplosa una bomba qui dentro. E poi cos’è sta puzza?! – Cosa, io non sento niente. Dissi, mentre rimanevo scalzo, in piedi di fronte alla finestra. Io calmo come un bradipo e lui incredulo e agitato come una lucertola a cui hanno appena tagliato la coda. - Come niente? E quella faccia, che cosa hai combinato, sembri morto. Forse lo ero. – No, è che, che ho dormito, ho dormito un po’. – Ma se saranno due giorni che non ti si vede, e poi ti prego… – Ma, ma come mai non c’è, c’è il sole oggi, che succede dorme anche lui? – Che cazzo dici, sono le dieci di sera. – Ma io devo farla… devo mangiare, devo… fare colazione. Ho una fame… - Ti prego Asdrubale apri quella finestra prima che io vomiti. Ma come ti sei conciato, e cosa sono tutte queste bottiglie?! – Per quando ho… ho sete. – Si va beh, ho capito. Mi si avvicinò, e prendendomi un braccio, con forza, mi trascinò in bagno. – Porca vacca Barca, è un vero cesso questo bagno. C’erano ancora i segni del mio ultimo passaggio. Carlo aprì la finestra, pulì velocemente quello che era rimasto di me intorno al water, mentre io rimanevo appoggiato al lavandino e lo guardavo adoperarsi per me. Carlo era il figlio del proprietario dell’albergo in cui stavo da un po’ di tempo, e fin dall’inizio mi prese in simpatia e diventammo in qualche modo amici. Come me anche lui avrebbe voluto prendere, mollare tutto per scappare da quel lago. Ma credo che quella sera la voglia gli fosse un po’ passata. Aprì l’acqua della doccia. – Vieni qui! E a orecchie basse mi avvicinai come fossi una cane bastonato. – Vai sotto la doccia. Così ti dai una ripulita e ti riprendi. – Ma è ghiacciata. – Buttati sotto dai, non fare tante storie. Sentii come una scossa lungo la schiena, mentre i miei polmoni sembravano una spugna strizzata. E con dei cortissimi respiri cercavo di resistere a quei cubetti di ghiaccio che saltellavano sulla mia pelle. – Basta Carlo non ce la faccio più. – Dai vieni fuori. Mi porse l’accappatoio. – Siediti sul water ed aspettami qui. Rimasi immobile, ma tremolante come un cane infreddolito e zuppo d’acqua. Carlo tornò dopo alcuni minuti con una tazzona di caffè. – Bevi! – Ma sarà mezzo litro. – Bevi e non fare il bambino! – Puah!!! Che schifo, ma sa di limone. – Bevi e non fare storie. E così mi ritrovai abbracciato al water. – Va meglio? – Insomma. – Dai tagliati quella cavolo di barba e lavati quei denti puzzolenti. Intanto ti tiro fuori qualcosa di pulito dall’armadio, poi ti aspetto giù così mangi qualcosa.



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