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Repetita Iuvant - 6

di Silvio Lorenzi (04/05/2007 - 13:15)


Come al solito saranno state le venti ed era ora di andare a correre almeno per dodici chilometri, che detti così sembrano tanti, ma quando corri due sere sì e una no da tre mesi, sono poco più di una passeggiata. Sessanta minuti di vera percezione del proprio corpo. Il percorso era semplice e ripetitivo, ma a quel ora a Milano, non ci sono alternative, se non quelle stradine secondarie dove l'illuminazione è scarsa e rischi la vita ad ogni passo carraio. Da cui le macchine escono come da una partenza di formula uno. E il marciapiede è come se non facesse parte del mondo. Tu cammini e all'improvviso qualcuno spara fuori la sua auto da quel posto chiamato passo carraio. Che per l'appunto, è quel pezzo di marciapiede che dà la possibilità alle auto di immetersi in strada, posto dove pedoni e biciclette non sono ammessi. Non che il marciapiede ti dia vita facile, ma in qualche modo ti senti a posto con il codice stradale e la tua presenza in quel pezzo di mondo è legittimata dalla parola MARCIAPIEDE, anche se non tutti sono d'accordo, soprattutto nelle grandi città italiane.
Un po’ di riscaldamento e poi via. Dieci giri intorno all'isolato che sono poi esattamente dodici chilometri. Mi piaceva avere questo appuntamento fisso e in qualche modo lo condividevo con quelli che vedevo correre in senso contrario al mio. Primo giro di adattamento. Secondo per prendere il ritmo della respirazione. Terzo per sentire che potresti correre per altri cento chilometri. Il quarto, il quinto, e il sesto. Poi arriva il settimo in cui senti la corsa tutta in discesa. É un po’ come quando leggi un libro, passata la metà ti sembra praticamente d'aver finito, invece mancano altre trecento pagine. E così la corsa. Passi la soglia psicologica della metà e per un attimo ti sembra di aver concluso e invece il bello deve ancora arrivare. Mentre corri e sei a duecento pagine dalla fine il tuo corpo vuole l'attenzione massima perché potresti perdere il periodo che dà il senso a tutto quello che hai corso e letto nei chilometri precedenti. Cento pagine alla fine e ti senti stanco, come a non farcela. Ma la curiosità della fine ti dà la forza per continuare a spingere  le tue gambe su quel marciapiede che gira intorno all'isolato. Guardi l'orologio e non hai ancora idea di come possa finire quel libro. E così, all'undicesimo giro comprendi che quel libro lo capirai solo all'ultima riga e non prima. Vedi in qualche modo la fine, guardi l'orologio e ancora non capisci. E così, dai un occhio alle tue gambe che ormai vanno da sole e ti leggi trattenendo il fiato quel ultimo rettilineo. Arrivi al punto con tutte le forze che ti sono rimaste, ti guardi in giro come quando finisci un libro, dai un occhio all'orologio, che è fermo sul tempo che hai fatto segnare, e un sorriso di soddisfazione mi, ti si dipinge sul viso. Cinquantasette minuti, ventisette secondi e tre decimi. Mi sono migliorato per l'ennesima volta. Altro libro da catalogare. Con il fiato corto e il passo rallentato, cerco di riprendere le forze per fare due esercizi a corpo libero. E durante quella mia lenta deambulazione, notai come molte altre volte, una donna che passeggiava dall'altra parte della strada con il suo cane. Io alle venti correvo e lei portava il cane a spasso. Avevamo in comune l'orario. All'inizio non ci facevo caso, poi nelle sere in cui correvo la vedevo sempre lì, a passeggiare con il suo cane in quel piccolo spazio erboso che c'era dall'altra parte della strada. Alle volte sola e altre con una signora più anziana con una cane di mezza taglia nero tutto arruffato. Quella sera era sola con il suo cane e si guardava un po’ in giro. Da un lato il marciapiede e un po’ d'erba, dall'altro la strada, il marciapiede ed io .Gli sguardi si incrociano con reciproca curiosità. Lei è alta, bionda, pettinata con la frangetta, ben vestita ed avrà quarant’anni. Ha un viso anonimo ed un fisico che fa sbandare le macchine che passano di lì. Più la guardavo e più la mia curiosità cresceva, perché volevo in qualche modo capire come mai una così bella donna fosse in giro sempre sola e sempre con quel viso mai sorridente. E poi più che altro avrei voluto che qualche volta fermasse la mia corsa per invitarmi a salire da lei. Chissà cosa sarebbe successo. Io intanto correvo con regolarità sempre la sera e lei era sempre lì, solito orario solito posto. Se ci fossimo dati un appuntamento non avremmo potuto essere più puntuali. Ad ogni giro la rivedevo che andava avanti e indietro per quei cento metri d’erba che correvano tra il muretto e il marciapiede. E nel tempo che passava tra un mio passaggio e l'altro, la mia mente cercava di elaborare qualcosa di sensato per andarle incontro e rompere il ghiaccio che ormai aveva le dimensioni di un Iceberg. Ed ecco che a metà di quel giro mi viene l'ispirazione, le falcate si fanno più lunghe e il tempo di percorrenza diminuisce. Ma come altre volte quando mi decido, è troppo tardi perché lei non c'era più. Sarà per la prossima volta come ho detto anche ieri. Abitava nel palazzo vicino a casa mia. E quando uscivo per andare in ufficio, a fare la spesa o a comprare il giornale, la incrociavo un sacco di volte. Mai una parola. Se non una volta, io entravo e lei usciva e gentilmente, mi ha tenuto il cancello aperto e ci siamo scambiati un formalissimo - "Buonasera", -"Grazie". Del resto da una persona che è nata e vive a Milano non ti puoi certo aspettare di più e mi ci metto dentro anch’io. Avrei dovuto fare come Cristina una mia cara amica. Una sera come un'altra viene invitata ad una festicciola a casa di un amico di amici. Entra in questa casa, a detta sua stupenda, particolare. Con quadri bellissimi alle pareti, che scoprirà pochi minuti dopo essere stati dipinti dal proprietario di casa. Un pianoforte coperto di spartiti da un lato e dall’altro una vecchia scrivania, dove sopra poggiava un computer che era più un pezzo di desing che un apparecchio elettronico. Intorno a quel computer appunti, libri e scritti vari. Alla vista di tutti questi particolari la mia amica volle subito conoscere l’artista padrone di casa. Glielo presentarono. E mentre lei sbavava alla vista di lui, lui di contro in modo disinteressato le strinse la mano per presentarsi,  ma fu subito distratto dagli altri invitati. Lei emozionata e lui sfuggente. Non sembrava neanche essere il Discobolo di Mirone, ma a lei piaceva l’idea che si era fatta di lui. Era più un fattore legato all’immaginazione che alla mera realtà. E cosi quella cara amica era stata nella mia stessa situazione. Non scambiarono più una parola oltre le due che nel presentarsi sono d’obbligo. Ma lei qualche giorno dopo quella serata, prese il coraggio a due mani come si dice e tornò in quella casa. Questa volta da sola. Era un pomeriggio d’inizio estate. Uscì di casa fieramente convinta. Si era messa le scarpe nuove e quella gonna che tanto le piaceva, un po’ di rossetto comprato per l’occasione e due gocce di profumo. Salì in macchina e via verso la casa di quel amico di amici “artista”. Girò la macchina varie volte, ma la voglia di andare era più forte di quella di tornare. Ed è così che si trovò di fronte alla porta di quella casa piena di quadri. Prima di bussare rimase sul pianerottolo a ripassare la parte. Ma ormai non c’era più niente da sapere. Avrebbe dovuto bussare e vedere che cosa sarebbe successo. Ed è quello che fece. In fondo era lì per curiosità e per prendere una cosa che lei voleva. Lui. La porta come per magia si aprì e prima di lui uscirono le note di Shine on you crazy diamond che l’impianto Hi-Fi risuonava, profumando l’aria. Era tutto perfetto, la casa, lui e la chitarra di Gilmor in sottofondo che accarezzava le loro parole. Così mi accontentai di quel formale e normale buonasera. E niente Pink Floyd per me. E poi ero fidanzato da quasi due anni, non potevo pensare di conoscere altre persone con quello spirito. E che fidanzata. Quasi la donna perfetta. Bella, colta ed intelligente cosa potevo chiedere di più. Forse che fosse anche fedele in qualche modo. O che per lo meno che mi avesse tradito con uno con cui ne valesse la pena. Ed invece no, il personaggio dell’estate era un vero cesso d’uomo e nella sua presunzione, gretto e sempliciotto. Se si fosse vestito di viola, più che un uomo, sarebbe parso qualcosa di più vicino ad una melanzana con le gambe.

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