Repetita Iuvant - 3
Antonio era uno di quelli che quando a scuola insegnavano la grammatica, era a casa con la scarlattina. E a distanza di anni, la sintassi l’aveva imparata sul campo. La sintassi dell’alcol però. Con quel italiano sgrammaticato, si ostinava a raccontare storie ormai logore. Storie di anni che il tempo aveva ormai divorato. Storie di una giovinezza ormai sfumata tra le rughe del suo viso. Ma era sempre lì. Lo sgabello davanti al bancone per poco non aveva ricamato sopra il suo nome. Aveva uno sgabello in ogni albergo di quel lungo lago. Dopo la mezzanotte i bar si popolavano di gente che il momento più alto della propria vita lo poteva raccontare solo al passato remoto. All’imperfetto e al presente c’era poco da raccontare. Il fu Antonio. Quella era vita. E faceva a gara con una certa Contessa Cortesi Luigia. Almeno questo era ciò che raccontava. Ma non c’era molto di nobile in lei, se non la voglia di far credere ciò che non era. La Contessa, che ormai tutti definivano tale, era una signora sui sessantacinque. Da cinquanta metri sembrava elegante, ma a guardarla da vicino, era vestita con l’abito della domenica ormai consunto. E le scarpe facevano il resto, con quei tacchi smussati e la vernice che saltava a pezzi. E poi c’ero io. Io, un tavolo, una sedia e la mia cotoletta. Il fu Asdrubale non esisteva. Non c’era niente di significativo nel mio passato, neanche a inventarlo. Il presente forse, quello sì che era curioso. - Buonasera Asdrubale, che fa mangia tutto solo. Disse la Contessa Luigia. – Beh, come sempre Contessa. – Come va, procede il suo romanzo? Sa, lei mi ricorda Ernest. -Magari. Dissi. Qualche settimana prima mi raccontò, che nella villa che aveva, o meglio millantava d’aver avuto, soggiornò Hemimgway. Del resto il buon soldato era stato ovunque durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma non credo lei sapesse quali fossero i suoi tratti somatici. - Sta ancora lavorando a quella cosa delle ciliegie? Disse la contessa restando seduta ad un tavolo vicino al mio. – Più o meno sì. L’albero dalle ciliegie azzurre, vorrà dire però. – Ah sì ora ricordo. Ma cosa ci fa un bel ragazzotto come lei, tutto solo, per settimane, in questo albergo? Perché non è rimasto a Milano a scrivere? – Cara Contessa, il lago mi regala l’illusione. – L’illusione di cosa? – Di fuggire. Di poter cambiare qualcosa. Di scrivere e di fare lo scrittore. Ci sono troppe cose da tirar fuori da questa testa. – Beh, ma meglio di Milano per cambiare qualcosa… E poi da cosa fugge lei, è così giovane? – Dal passato. Del resto tutti cerchiamo di fuggire dal passato. Ma che purtroppo è già andato. E così cerco di cambiare il passato, cambiando il futuro. - Non riesco a capirla sa. – Non si preoccupi, ogni tanto straparlo. Sono cose senza senso, che mi illudo di capire. Le penso e basta. Non sento il bisogno di comprenderle. La contessa distolse gli occhi da me, per concentrarsi nel trangugiare il suo bicchiere di Manhattan. - Sa, lei è un tipo curioso. Disse. Tutto solo per settimane, qui in questo paese che tra poco sarà divorato dai turisti. Per provare a fare lo scrittore. Che poi scusi eh, non sarà mica un lavoro, mettere in ordine delle parole su di un foglio bianco. – Beh, lei ha ragione, tutti sono capaci di scrivere delle note su un pentagramma, ma quanti le sanno mettere nel giusto ordine? – Sì, ma che lavoro è?! - Un lavoro come un altro. Tu riempi di parole dei fogli bianchi e qualcuno ti paga per questo. - Sì, ma a quanto sembra ancora nessuno ha pagato le sue parole. Non è che lei non è capace? E lo fa solo per sentirsi artista?! - Forse sì, un po’ come lei si fa chiamare contessa, per sembrare nobile. Il suo viso a quel punto fece trasparire tante più rughe di quante già non se ne vedessero. - Probabilmente non ne sono capace, però almeno ci provo. Sa, la mia ultima fidanzata mi ha insegnato che se uno vuole veramente una cosa la ottiene. Bisogna solo volerlo. E così scrivo. – E che fine ha fatto questa ragazza? – Ora gioca a fare la fidanzata di un giornalista. Credo. Visto che non la sento da mesi. È finita un po’ male tra noi. – Eh, il giornalista ha sempre il suo fascino. – Cosa? – Sì, ha capito. Sono fascinosi. A me piace un sacco quello della televisione, come, come si chiama? - Beh, le assicuro che quello di cui sto parlando, non è un belloccio brizzolato sui quarantacinque. E poi guardi, lasci perdere i giornalisti. Quello sì che non è un lavoro. – Ma come, quelli che vedo io alla televisione sono tutti così bravi. – Guardi, meglio fare il giornalista che lavorare, quello sì. Il settanta per cento di loro ricopia e riscrive cose scritte da loro colleghi più bravi. Un venti per cento legge ed interpreta cose scritte da chi giornalista non è. E il rimanente dieci, è fatto da Giornalisti, compresi quelli veramente bravi, che purtroppo vengono fatti fuori. Nella vita, quando non sai cosa fare, o fai l’ufologo o fai il giornalista. Se no, non si spiegherebbe perché in Italia ce ne sia uno per ogni trenta persone. E quindi, è probabile che questo hotel stanotte ne ospiti almeno uno.



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