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Perdita d'identit? 1-4

di Silvio Lorenzi (27/03/2007 - 12:03)

Come risvegliato da un lungo sonno, mi ritrovai in una stanza che non riconoscevo certo come la mia camera da letto. Ero disteso su di un lettino, simile o forse identico a quelli utilizzati da medici di famiglia. Negli ambulatori medici, però, il più delle volte si trovavano a lato, vicino al muro. Nel mio caso invece, quel rigido lettino, era posto al centro della stanza, almeno questo, era quello che pareva a me. Oltre i miei piedi vedevo una grande finestra, ma la luce del sole era assente (in quei momenti). L’ambiente in cui mi trovavo, era illuminato da una serie di lampade vicine una all’altra, poste a circa un metro e mezzo sopra di me. Ed un forte fascio luminoso irradiava interamente il mio corpo, vestito dei soli boxer e di una maglietta bianca. Alcune persone in fondo alla mia destra, mi davano le spalle, e uno vicino all’altro trafficavano con qualcosa che non riuscivo a scorgere. Poteva sembrare una sala operatoria (ma il tutto intorno era troppo tecnologico). Parea piuttosto fosse una sala d’assemblaggio di qualcosa di futuristico. Quelle persone che vedevo di spalle, erano vestite di un camice bianco. In quel momento, pensai che non ero mai stato sottoposto ad un intervento chirurgico, ma avevo potuto assisterne qualcuno in televisione. I miei supposti medici, però, non indossavano la solita divisa verdolina da sala operatoria, dove il sangue perde il suo colore in un grigiolino più o meno intenso a secondo della veemenza del plasma. Mi sentivo stranito, debole, come immobile su quel lettino. Evidentemente una qualche anestesia o sedativo mi dava quella sensazione. Cercavo di volgere parola a quelle persone, di cui non conoscevo l’identità, ma sebbene cercassi di formulare una qualsiasi frase o pronunciare una sillaba la mia bocca non sembrava emettere nessun tipo di suono. Non udii niente, così come mi accorsi di non sentire alcun rumore all’interno di quella sempre più strana stanza. Ad un tratto, ad una delle persone in fondo alla mia destra cadde a terra qualcosa (di metallico), che cercai di guardare sporgendomi leggermente dal lettino. Nuovamente non sentii niente e riconobbi che l’oggetto era metallico dal luccichio che emanava. All’improvviso, inaspettatamente, quasi richiamato dal mio sforzo vano di emettere una qualche vocale, uno degli incamiciati si volto verso di me. Era una donna. Potei constatare la cosa dai dolci lineamenti del viso, che spiccavano ancor più sotto i corti capelli neri. Si avvicinò e si mise al mio fianco come a volermi rassicurare. Portò le sue braccia poco sopra la mia testa, continuando a guardarmi in sorridendo, quasi a voler rallegrare il mio animo incerto. Prese in mano la maschera d’ossigeno che, si usa per l’etere etilico, e me la portò al viso. La vedevo giusto in mezzo agli occhi, e quella ragazza ci teneva una mano sopra, per contrastare un mio possibile rifiuto a respirare quella cosa. Cercai di portare le mani a quel affare mentre trattenevo il respiro, fino a che non riuscii a tener più il fiato dentro me in quello sforzo così innaturale. Scoppiai in una grossa boccata di etere che sentii riempire i miei polmoni e subito fare l’effetto dovuto. Con gli occhi ancora aperti, ma a fatica, riuscivo a vedere ancora il viso di quella ragazza che mi fissava, aspettando che l’effetto dell’anestetico mi facesse chiudere chissà per quanto tempo gli occhi, che rimanevano sin a quel momento l’unico dei cinque sensi che cercava di darmi anche un approssimativa spiegazione di ciò che stava, ed ancor più che mi stava accadendo. Il metabolismo di secondo in secondo rallentava sempre più velocemente ed ormai le mie palpebre pesavano troppo perché io potessi resistere a tenerle aperte. Prima però che le mie palpebre mi occultassero chissà per quanto tempo la vista, il senso del vedere mi fece percepire il viso degli altri incamiciati che si voltarono verso la mia persona ridacchiando tra loro. Avevano un viso strano e sembravano matti, più che chirurghi.

Tag: operazione,ospedale

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