95° - Mio padre un? le...
...sopraciglia come se non avesse capito. – Dici che non si droga più? – Ma va, scherzavo papà. – Beh, per un periodo l’ho pensato. Credevo che solo della droga lo potesse assopire in quel modo. – Sì, ora non esagerare. Intanto la strada correva sotto ai nostri piedi, come se fossero le cose a venirci incontro e non viceversa. E percorrendo questo tapis roulant immaginario arrivammo al mio amato albergo. – Che fai papà entri a bere qualcosa? – No, mi sa che ti lascio e torno a Milano. – Sicuro, non è che vuoi fermarti qui a dormire? – Dove, in questo posto? – Che fai offendi? –Beh, non è che sia proprio il massimo. Dai sii onesto, lo sai anche tu. – Guarda che lo sottovaluti. Le cose vanno giudicate solo dopo averle guardate bene due volte. Tu cogli solo la superficie. – Non è che ci sia poi molto sotto allo strato di polvere che ricopre ogni angolo di questo posto. – Fa parte del bello. – Mi hai quasi convinto, torno a Milano. – Dai, bicchiere della staffa, pago io. – Cavoli, non è che stai facendo i soldi qui e non mi dici niente? – Magari. Alla sera come barista c’era Alberto. Era un tipo alto che a vederlo faceva tenerezza. Aveva un’età che andata tranquillamente dai trenta ai cinquanta. Da anni faceva il turno serale: iniziava alle cinque del pomeriggio e finiva quando il bar era vuoto. Il suo fisico, magro oltre misura, non gli permetteva di riempire i suoi abiti neri. I pantaloni sembravano contenere due stecchini. Calzini bianchi in vista e mocassini sempre più consumati. Cercava di essere in ordine, ma le sue cravatte sottili non ne volevano sapere di rimanere dritte. E nonostante facesse quel lavoro da anni, il suo essere impacciato nel fare qualsiasi cosa lo dipingeva come un apprendista alla prima esperienza. Mio padre si convinse a rimanere per qualche minuto, mentre il suo sguardo era rapito dalla visione di quel fumetto che era Alberto. – Buonasera dottor Barca, vuole… beve qualcosa? – Ciao Alberto, mi fai due Macallan lisci? – Ti va bene papà? – Si perfetto, è quel che ci vuole. – Whisky quindi. Due? – Sì grazie. Alberto cercava con lo sguardo la bottiglia mentre risuonava la musica di Renato. Al bar dell’hotel non c’era molta gente, ma l’appuntamento con la musica dal vivo era fisso. Domenica sera dalle 21.00 piano bar con la musica di Renato. Questo diceva il cartello scritto a mano che ricordava il programma della settimana. – Certo che anche tu, come cavolo hai fatto a trovare sto posto? – L’ho cercato con dovizia papà. – Complimenti. Le canzoni di Renato erano i classici della musica anni sessanta/settanta. Passi per quelle italiane, ma quelle straniere facevano ridere giusto per risparmiare le lacrime. La musica poteva sembrare quella, ma le parole erano per la maggior parte inventate. Quasi fosse una lingua tutta sua. Il Renatese.



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