Febbraio 2007

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76° - La mia vita...

di Silvio Lorenzi (05/02/2007 - 11:30)

...era in continuo movimento. Attraversata come una chiesa da sensazioni diverse. Matrimoni e funerali. Preghiere, speranze e confessioni. E, come una chiesa, cercavo di non farmi influenzare dalle diverse funzioni. Ero sempre Asdrubale. Ogni volta si aggiungeva uno strato di incenso e i pavimenti diventavano sempre più consunti e questo mi dava una parvenza di maggiore maturità, di maggiore coscienza. Matrimoni la mattina e funerali la sera. E io sempre lì. Presente in quella mia chiesa metaforica. Anche perché, in quella vera, non ci andavo da anni. O meglio, ci andavo per trovare un momento di tranquillità. Mi dava modo di pensare. Quando ero ancora bambino, ci andavo con regolarità, ma non so perché. Forse perché ci andavano gli altri. E quando accumulai abbastanza anni per la mia presa di coscienza, inizia a guardarmi in giro e a farmi delle domande. Ma quelli che sono intorno a me, credono veramente in quello che stanno facendo o per loro è un automatismo? Li vedevo assorti in preghiera. E avrei voluto essere come loro, ma sentivo di non provare niente. Di mentire a me stesso in quel gesto automatico. Con quelle parole ogni volta uguali. E da quando mi sono reso conto di questo, la chiesa divenne per me solo un’opera architettonica da visitare e non da venerare per ciò che rappresenta. Nonostante tutto ogni tanto andavo là a fare la finta. Mi capitò alcune volte sia con Elena che con Paola. Andavo con loro per omologare la mia domenica a quella di tutti gli altri. La colazione insieme, il giornale della domenica, la messa e un bel pranzo. Fortunatamente capitò poche volte. Mi sentivo una famiglia con loro . Mancava solo un figlio per inculcargli una cosa a cui non credevo. Farlo solo per non essere diverso. Facendo fuggire da me quella mia parte Bohemien. Lo facevo per loro, non per me. Probabilmente né Paola e né Elena ci credevano poi così tanto, ma la cosa le faceva stare meglio. Provavano la sensazione di avere fatto la loro parte. Come per togliersi un peso.

- Amore, stamattina ho voglia di andare a messa, è un bel po’ che non ci vado. Ti va di andare?

Stavo pensando che il letto quella mattina, mi avrebbe avuto con sé ancora qualche ora. – Ma sì amore. Ma a che ora è? – Dovrebbe essere alle 11.30. Buttai il corpo sotto la doccia mentre pensavo che l’ultima cosa che avrei voluto fare sarebbe stata quella di andare a messa. Aveva un senso solo perché lo facevo per lei. Per Paola. La mia mezza mela. Era così che la sentivo. Il nostro rapporto correva come un treno che non effettua fermate intermedie e va dritto a destinazione. Avevamo saltato tutte le normali procedure per il consolidamento di un rapporto. E l’andirivieni Milano – Bologna si esaurì con la velocità di un piccola candela: ci ritrovammo a condividere casa mia. A distanza di due mesi dalla nostra prima cena insieme, eravamo come sposati. La cosa non mi andava stretta, tutt’altro. Non scrivevo più, ma non me ne importava niente. Mi completavo con lei. E stavo troppo bene per avere la giusta sensibilità per scrivere qualcosa di decente.

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