Febbraio 2007

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75° - Ero passato...

di Silvio Lorenzi (02/02/2007 - 13:20)

...dalla fase in cui mio padre era mio papà. Ai primi scontri, al non condividere la sua vita, a quella in cui ho capito le sue scelte. Forse non le condividevo tutte, ma le capivo. Era più facile fare il figlio, in fondo. E la mia solitudine aveva lasciato spazio alle tantissime riflessioni sulla mia vita e sulla mia famiglia. Pensieri sensati scappati dalla mia testa come uno sbadiglio. Avevo sempre avuto mille parole per lui, ma quella sera le avevo esaurite tutte. Quella sua visita a sorpresa era come un’interrogazione inaspettata. Non ero preparato. Non avevo studiato. Mentre tutte le altre volte, a casa, lo tediavo con il mio parlare da nastro trasportatore che gira e non si ferma mai. Entravo nel suo studio e lo trovavo immerso nelle sue carte, non da gioco e iniziavo a parlare. Lui alzava lo sguardo, appoggiava le sue cose e stava lì ad ascoltarmi. Come se non lo disturbassi. Non gli raccontavo le mie vicende private, soprattutto amorose. Ma semplici considerazioni da tuttologo. Non mi diceva mai che non aveva tempo per me, ma quand’era così, lo capivo da solo. – Parlami del tuo libro. Come si intitola? – L’albero dalle ciliegie azzurre. – Ah bello e come mai questo titolo? – Perché l’albero mi dava l’idea di qualcosa di tangibile e le ciliegie azzurre di qualcosa che non esiste. – Quindi vero ma irreale, in qualche modo. E di che parla? – Te lo dovrei far leggere. Non sono capace di raccontare in poche parole quello che scrivo, va letto e basta. E’ una storia di un signore anziano e delle sue ciliegie azzurre. – Beh, ne so quanto prima. – Diciamo che sono quasi nauseato dal mio personaggio. Ancora due pagine e mi sarei confuso con lui. Magari tra qualche giorno te lo racconto. Ora non vorrei convincermi troppo di aver scritto qualcosa di sensato. Davanti al mio muro, iniziò a parlare lui. Raccontandomi del suo lavoro, dell’università e di quanto poco gli mancasse alla pensione. – Certo figlio mio, che venire fin qui per scrivere un libro… Non bisogna necessariamente soffrire per meritarsi qualcosa di buono. Certo, l’ambiente si presta, ma probabilmente nell’ottocento sarebbe stato più adatto. Ormai la gente va a vivere negli attici per scrivere un libro, e non si frustano con l’alcol. Piuttosto bevono dell’ottimo tè nelle tazze comprate nei loro viaggi intorno al mondo. – Lo so. Era per essere un po’ controcorrente. E poi avevo bisogno di staccare dalla mia vita, di viverne una parallela. Ma tra pochi giorni tornerà tutto come prima. Ho ancora qualche soldo da parte che mi permettono di cercarmi un nuovo lavoro con tranquillità, di scegliere con cura la mia prigione. Mio padre ne sapeva qualcosa. Si era ritrovato all’università a fare il professore senza rendersene conto e quello non era il suo mestiere. Lo sapeva bene, ma continuava a farlo. Qualche mio amico con lui aveva fatto un esame. Non era proprio amato. Non era tagliato per insegnare e i risultati ogni tanto si vedevano. Metteva voti senza criterio, dicevano. Parlavano meglio i suoi testi di quanto non facesse lui. Dopo una sequenza di discorsi sconnessi, capii che non era parlare quello che volevamo quella sera, ma stare insieme.

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