62° - Arrivai a Milano...
...con l’anticipo necessario che mi avrebbe permesso di passare da Mario a fare colazione. Avevo resistito per duecento chilometri per gustarmi il suo cappuccino. Odio le colazioni fasulle che ti servono nelle stazioni di servizio. Dove il cappuccino sembra fatto con la bustina, la brioche è stata scongelata tre ore prima, dopo anni a meno diciotto. E se aggiungi un euro ti “regalano” la spremuta, che il più delle volte è normalissimo succo d’arancia. Mario non serviva niente di tutto questo. Quel profumo di brioches calde, era una carezza dopo il risveglio. Mentre nella spremuta ci sentivi il sole. Mi presentai in banca puntuale. Vestito come il giorno prima. Con ancora gli ultimi focolai di guerriglia nel fegato. Il cranio invece calzava largo al mio cervello. E nella testa rimbombava tutto. La giornata poi, trascorse come tante altre. Uguale, ciclica, preordinata.
Paola si fece sentire dopo pranzo, insieme alla mia emicrania. E la seconda. Mi tenne sveglio con quel martellare sopra l’occhio sinistro. – Ieri sei crollato. Tutto bene il rientro? – Si grazie, un po’ di emicrania, ma pazienza. – Lo immagino, con quello che hai bevuto. – Scusami. Chissà che faccia avrai fatto?! – Non preoccuparti non mi aspettavo niente più di quanto è successo. Avevo notato che avevi alzato un po’ il gomito ed è stato meglio che tu abbia dormito un po’. La giornata intanto passò via anonima. Mi ritrovai sotto casa pronto a correre. Non so con quale forza. Cinque giri dell’isolato. Nonostante ci fosse Paola nella mia testa, i miei occhi cercavano la bionda con il cane. E sbucò, puntuale, al mio terzo giro. Al quarto passai accennando un sorriso e ostentando un fisico atletico che non avevo. Lei ricambiò con un saluto. L’ultimo giro fu il più veloce. Non mi doveva scappare. O meglio, la volevo solo incrociare. E con mio stupore fu lei che venne da me. Ero vicino ad un muretto a fare stretching e lei si avvicinò. – Ciao, atleta come stai?



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