Dicembre 2006

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42° - La Bologna-Milano era mia.

di Silvio Lorenzi (05/12/2006 - 11:22)

Una felicità galoppante occupava le tre corsie. E il traffico dei miei pensieri mi accompagnava verso casa. Paola, inconsciamente, con la sua attitudine sartoriale, stava ricucendo lo strappo aperto da Elena nel tessuto ormai logoro del mio cuore. Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Milano. Mi sentivo il capitano Kirk. Chiamai il teletrasporto ed eccomi lì, sotto casa. Come se il viaggio fosse durato solo attimi. Un viaggio di due ore durato due minuti. Era come se non fosse rimasto niente nella mia mente di quello spostamento. Il pensiero di lei aveva cancellato tutte le altre percezioni del mondo. La Bologna-Milano era Paola. Modena erano io suoi capelli, Reggio la sua pelle, Parma i suoi occhi, Piacenza le sue mani e Milano la sua bocca. L’autostrada di notte ha sempre avuto le sembianze di una bella donna.
Qualche cosa che va assaporata fino in fondo. In tutte le sue curve, nelle sue luci, nelle accelerazioni, nelle frenate e nel sentirla tua per una notte. Tanto gli altri intorno a me non la percepiscono e quindi è soltanto mia. Mia come avrei voluto sentire Paola. Quella sera. Ma mia nel più lontano dei concetti di possesso fine a se stesso. Un possesso relativo. Relativo al desiderio di sentire lo stesso moto dell’animo che in lei aspira a me. E poi la notte. La notte che ti illude di donarti un pezzo più ampio di mondo di quanto non faccia il giorno. Di notte la città era mia e di pochi altri. Avrei dovuto pagare più tasse di quanto già non facessi. Non possedevo solo casa mia, ma anche tutto lo spazio intono ad essa. Uno spazio non quantificabile e per questo esentasse. Uno spazio a mio usufrutto. Che nel momento in cui gli altri ci rinunciavano per dare ragione al sonno, diventava mio. Da dividere tra me e il pensiero di lei. Lei che, a duecento chilometri da Milano, probabilmente a quello spazio in più ci aveva già rinunciato da un centinaio di minuti. I miei pensieri erano per lei, mentre i suoi probabilmente si perdevano già in quella parte di vita inconscia. Quel terzo di vita solitaria. In quella vita sottratta dal sonno. In quel terzo di vita parallelo agli altri due. Si stava instaurando in me l’illusione del nuovo amore. Ma preferivo non pensare all’illusione di una notte. E infatti rimasi, per quanto potevo, lontano dal letto. Da quella macchina infernale cancella illusioni. Creatrice di sogni e di incubi. Come un gatto delle nevi fa con le piste. Riporta tutto a zero. Al punto di partenza. L’intera giornata viene cancellata con il calar del sole. E così quella bufera di sensazioni le scrissi su di un foglio. Il sonno non avrebbe potuto cancellare qualcosa di tangibile. Le parole rimangono, mentre i pensieri alle volte svaniscono. Paola ora era lì. Paola era un foglio pieno di parole. Non era più solo un’idea. Era una cosa.

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