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35° - Antonio, era uno di quelli...

di Silvio Lorenzi (24/11/2006 - 11:06)

...che quando a scuola insegnavano la grammatica, era a casa con la scarlattina. E a distanza di anni, la sintassi l’aveva imparata sul campo. La sintassi dell’alcol però. Con quell’italiano sgrammaticato, si ostinava a raccontare storie ormai logore. Storie di anni che il tempo aveva ormai divorato. Storie di una giovinezza ormai sfumata tra le rughe del suo viso. Ma era sempre li. Lo sgabello davanti al bancone per poco non aveva ricamato sopra il suo nome. Aveva uno sgabello in ogni albergo di quel lungo lago. Dopo la mezzanotte i bar si popolavano di gente che il momento più alto della propria vita, lo poteva raccontare solo al passato remoto. All’imperfetto e al presente c’era poco da raccontare. Il fu Antonio. Quella era vita. E faceva a gara con una certa Contessa Cortesi Luigia. Almeno questo era ciò che raccontava. Ma non c’era molto di nobile in lei, se non la voglia di far credere ciò che non era. La Contessa, che ormai tutti definivano tale, era una signora sui sessantacinque. Da cinquanta metri sembrava elegante, ma a guardarla da vicino, era vestita con l’abito della domenica ormai consunto. E le scarpe facevano il resto, con quei tacchi smussati e la vernice che saltava a pezzi. E poi c’ero io. Io, un tavolo una sedia e la mia cotoletta. Il fu Asdrubale non esisteva. Non c’era niente di significativo nel mio passato, neanche ad inventarlo. Il presente forse, quello sì che era curioso. 

- Buonasera Asdrubale, che fa mangia tutto solo. Disse la Contessa Luigia.
- Beh come sempre Contessa. – Come va, procede il suo romanzo? Sa, lei mi ricorda Ernest.
-Magari. Dissi. Qualche settimana prima mi raccontò, che nella villa che aveva, o meglio millantava d’aver avuto, soggiornò Hemimgway. Del resto il buon soldato era stato ovunque, durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma non credo lei sapesse quali fossero i suoi tratti somatici.
- Sta ancora lavorando a quella cosa delle ciliegie? Disse la contessa restando seduta ad un tavolo vicino al mio. – Più o meno sì. L’albero dalle ciliegie azzurre, vorrà dire però. – Ah sì ora ricordo. Ma cosa ci fa un bel ragazzotto come lei, tutto solo, per settimane, in questo albergo? Perché non è rimasto a Milano a scrivere? – Cara Contessa, il lago mi regala l’illusione. – L’illusione di cosa? – Di fuggire. Di poter cambiare qualcosa. Di scrivere e di fare lo scrittore. Ci sono troppe cose da tirar fuori da questa testa. – Beh, ma meglio di Milano per cambiare qualcosa… E poi da cosa fugge lei, è così giovane? – Dal passato. Del resto tutti cerchiamo di fuggire dal passato. Ma che purtroppo è già andato. E così cerco di cambiare il passato, cambiando il futuro.
- Non riesco a capirla sa. – Non si preoccupi, ogni tanto straparlo. Sono cose senza senso, che mi illudo di capire. Le penso e basta. Non sento il bisogno di comprenderle.

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